Invidia tra credenti: perché nessuno ne parla e come uscirne

È il vizio capitale di cui non si parla mai in parrocchia. Eppure è quello che più di tutti impedisce la comunione.

Della gola si scherza. Dell’ira ci si confessa. Della superbia, ogni tanto, si predica.

Dell’invidia no. Di quella non si parla mai.

Eppure è lì ogni domenica, nelle nostre comunità, e agisce in silenzio. Questo articolo prova a guardarla in faccia: che cos’è l’invidia, perché tra credenti è più intensa che altrove, che cosa dice la Scrittura e come si esce dalla sua logica.

Che cos’è l’invidia

L’invidia è tristezza per il bene di un altro.

Non per un male che ci è stato fatto, ma per un bene che è stato fatto a qualcun altro. È una tristezza strana, perché nessuno ci ha tolto niente: eppure la viviamo come un furto.

Nella tradizione cristiana è uno dei vizi capitali, cioè una di quelle radici da cui germogliano molti altri peccati: la maldicenza, il sospetto, la divisione, in certi casi la calunnia.

Ed è probabilmente l’unico che non promette nemmeno un piacere. Gli altri vizi offrono almeno una soddisfazione momentanea. L’invidia lascia solo amaro in bocca e vergogna, e di una cosa così non si parla volentieri. È il motivo per cui nessuno la porta in confessione: ammetterla significa ammettere di essersi sentiti piccoli.

Differenza tra invidia e gelosia

I due termini nel linguaggio comune si confondono, ma indicano due movimenti diversi.

La gelosia vuole avere ciò che ha l’altro: il suo ruolo, la sua stima, la sua serenità. È un desiderio, disordinato finché si vuole, ma orientato al possesso.

L’invidia fa un passo in più: vuole che l’altro non lo abbia più. Non le basta raggiungere, deve abbassare. Per questo è una passione distruttiva e non semplicemente competitiva.

Ed è anche il motivo per cui l’invidia tra credenti raramente si mostra a viso aperto. Passa attraverso il pettegolezzo, il dubbio insinuato, il «sì, brava, però…». È una detrazione educata, e in sacrestia se ne sente parecchia.

Perché l’invidia tra credenti è più intensa

C’è un dettaglio che spiega perché la comunità cristiana sia il terreno migliore per questa passione.

Non invidiamo chi è lontanissimo da noi. Nessuno perde il sonno per il successo di una star o per il patrimonio di un miliardario: sono troppo distanti per farci male.

Invidiamo chi ci somiglia. Il vasaio non invidia il re: invidia il vasaio della bottega accanto, quello che lavora la stessa argilla e vende agli stessi clienti.

In parrocchia ci somigliamo tutti. Vogliamo le stesse cose: essere utili, essere stimati, sentirci vicini a Dio, magari sentirci vicini al parroco. Stiamo sullo stesso palco, con gli stessi ruoli e lo stesso piccolo pubblico. È la condizione perfetta perché il confronto diventi rivalità.

Vale anche fuori dalle comunità di fede: nei luoghi di lavoro, nelle famiglie allargate, tra colleghi dello stesso livello. Ma nella Chiesa c’è un aggravante, perché il bene conteso non è un bene qualsiasi: è il servizio a Dio, e questo rende impossibile ammettere di volerlo per sé.

Il vizio che la bontà non guarisce

C’è poi una caratteristica che rende l’invidia diversa da ogni altra passione.

Contro l’ira si può fare pace. Contro l’avarizia si può imparare a donare. Contro la gola si può digiunare. L’invidia invece non si placa con niente di ciò che fa l’altro.

Anzi: più l’altro è umile, gentile e generoso, più l’invidioso brucia.

Se la persona invidiata fosse arrogante, avremmo un appiglio, potremmo dirci «guarda come se la tira». Il fatto che sia brava e anche gentile è esattamente ciò che rende la cosa insopportabile. È l’unica ferita che la bontà non guarisce, ma peggiora.

Da dove nasce? Quasi sempre da una paura antica: quella di non essere amati abbastanza. Se il bene dell’altro ci toglie qualcosa, è perché crediamo che l’amore disponibile sia limitato. Chi sa, nel fondo di sé, di essere amato senza condizioni non ha bisogno di invidiare nessuno.

Che cosa dice la Bibbia sull’invidia

La Scrittura non fa sconti, e soprattutto non risparmia i credenti.

«Glielo avevano consegnato per invidia». Quando Pilato ha davanti Gesù e la folla, l’evangelista annota: «Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia» (Mc 15,10). A consegnare Gesù non sono i pagani, e nemmeno i peccatori pubblici: sono uomini religiosi, osservanti, custodi del tempio.

I discepoli che discutono su chi sia il più grande. Sulla strada per Cafarnao i Dodici litigano esattamente su questo (Mc 9,34). La Lettera di Giacomo lo dice senza giri di parole: «dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni» (Gc 3,16).

«Tu sei invidioso perché io sono buono?» Nella parabola degli operai della vigna, quelli dell’alba protestano vedendo pagare gli ultimi come loro. Il padrone risponde con una domanda che in greco è ancora più cruda: il tuo occhio è cattivo? (Mt 20,15). L’invidia è un difetto della vista: guarda la bontà di Dio verso un altro e la vede come un torto fatto a sé.

Come superare l’invidia: tre gesti concreti

Non esiste una tecnica per smettere di provarla, e diffido di chi la promette. Ci sono però tre gesti che la vita spirituale conosce da secoli.

1. Darle il suo nome. Un pensiero detto ad alta voce perde gran parte della sua forza. L’invidia prospera nel buio dei pretesti ragionevoli: «ha avuto un gruppo facile», «lo fa per farsi vedere». Dire a sé stessi, o a un confessore, «sono invidioso di questa persona» è già metà della guarigione, perché le toglie il travestimento.

2. Benedire per nome. San Paolo chiede di rallegrarsi con chi è nella gioia (Rm 12,15): è una parola sull’unità del corpo, prima che sui nostri sentimenti. Non serve sentirsi felici. Si può pregare per quella persona, per nome, chiedendo a Dio di benedire proprio ciò che ci fa male. Spesso i sentimenti arrivano dopo i gesti, e non prima.

3. Chiedersi di che cosa si ha paura. La domanda utile non è «perché lei sì e io no?», ma «che cosa temo di perdere, se quella persona è amata?». Quasi sempre la risposta ha poco a che fare con il ruolo conteso e molto con una ferita più antica.

C’è poi la posizione di fondo, quella che rende tutto più semplice: il bene che vediamo nell’altro non è nostro, e non tocca a noi custodirlo. Chi non possiede niente non ha niente da difendere, e chi non ha niente da difendere può finalmente rallegrarsi.

Domande frequenti

L’invidia è un peccato grave? È uno dei sette vizi capitali, cioè una radice da cui nascono altri peccati: maldicenza, divisione, sospetto. La gravità dipende dal consenso che le diamo. Provare il moto di invidia non è di per sé una colpa: coltivarlo e agirlo contro l’altro sì.

Qual è la differenza tra invidia e gelosia? La gelosia desidera avere ciò che ha l’altro. L’invidia vuole che l’altro non lo abbia più: non le basta raggiungere, tende ad abbassare.

Perché si invidia chi ci somiglia? Perché il confronto funziona solo tra pari. Chi è troppo distante da noi non misura il nostro valore, chi occupa il nostro stesso ruolo sì. Per questo l’invidia colpisce soprattutto colleghi, fratelli, membri della stessa comunità.

Come si vince l’invidia nella vita spirituale? Nominandola con sincerità, pregando per la persona invidiata e cercando la radice della paura che la alimenta. La strada breve, quella di fingersi contenti, non funziona e aggiunge solo ipocrisia.

Il bene che vedi nell’altro non è tuo

E proprio per questo non tocca a te custodirlo.

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