Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia: il significato della quarta beatitudine (Mt 5,6)

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6) è una delle beatitudini più citate e meno comprese. C’è chi la legge in chiave tutta interiore, come desiderio di santità personale, e chi in chiave tutta sociale, come impegno politico. In questo articolo leggiamo la quarta beatitudine parola per parola: che cosa significa «giustizia» nella Bibbia, perché Gesù parla di fame e sete, e che cosa promette davvero quel «saranno saziati».

In breve. La quarta beatitudine non è un comando a impegnarsi di più, ma un annuncio a chi soffre davanti a ciò che è ingiusto. La parola greca dikaiosyne tiene insieme la giustizia personale (vivere rettamente davanti a Dio) e quella sociale (difendere chi è oppresso): l’italiano «giustizia», a differenza dell’inglese, conserva entrambi i significati. Fame e sete indicano un bisogno vitale, non una preferenza. Il verbo «saziare» è lo stesso della moltiplicazione dei pani: la sazietà promessa da Dio arriva passando di mano in mano.

Il testo di Matteo 5,6 e la versione di Luca

Nella traduzione CEI usata oggi nella liturgia il versetto suona così: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». Online si trova spesso anche nella forma «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia»: il senso non cambia.

Il Vangelo di Luca conserva una versione più breve e più cruda: «Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati» (Lc 6,21). Lì la fame è quella dello stomaco. Matteo la allarga alla giustizia, senza però toglierle la sua concretezza.

È la quarta delle beatitudini del discorso della montagna, dopo «Beati i poveri in spirito», «Beati quelli che sono nel pianto» e «Beati i miti», e fa parte della nostra serie «Le beatitudini non sono comandi».

Un annuncio, non un comando

Come in tutte le beatitudini, qui non c’è un imperativo. Gesù non dice «lottate per la giustizia» o «impegnatevi di più». Non aggiunge un dovere sulle spalle di chi è già stanco. Si rivolge a chi questa fame la sente già, e spesso se ne vergogna perché si sente dire che è ingenuo, che il mondo va così, che è meglio non immischiarsi.

Non si decide di avere sete. La fame di giustizia non è un dovere in più: è una ferita che Gesù chiama beata.

Che cosa significa «giustizia» nella Bibbia?

La parola greca usata da Matteo è dikaiosyne. È un termine a cui l’evangelista tiene molto: la usa più spesso di tutti gli altri evangelisti messi insieme, e compare due volte nelle sole beatitudini (Mt 5,6 e 5,10). Ha un significato ampio:

  • giustizia personale: vivere in modo retto davanti a Dio, essere «giusti»;
  • giustizia sociale: rimettere a posto ciò che nel mondo è storto, difendere chi è oppresso.

Le traduzioni inglesi sono costrette a scegliere tra righteousness (giustizia personale) e justice (giustizia sociale), e a seconda della scelta la beatitudine cambia volto. L’italiano invece ha una sola parola, «giustizia», che le tiene insieme, ed è più fedele al testo biblico.

Nella Bibbia, infatti, le due dimensioni non si separano mai. Del re giusto il profeta Geremia dice che «tutelava la causa del povero e del misero», e Dio commenta: «questo non significa conoscermi?» (Ger 22,16). Il profeta Michea riassume tutta la fede in tre gesti: «praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Mi 6,8).

C’è poi un’immagine che ricorre nei profeti: la giustizia è ciò che è diritto. Amos sogna che il diritto scorra «come un torrente perenne» (Am 5,24), e Giovanni Battista annuncia che «le vie tortuose diverranno diritte» (Lc 3,5). Avere fame di giustizia significa non rassegnarsi a ciò che è storto.

Avere fame di giustizia è non rassegnarsi a ciò che è storto.

Un’opera d’arte contemporanea ne offre un’immagine potente. Dopo il terremoto del Sichuan del 2008, in cui crollarono molte scuole costruite male e morirono migliaia di studenti, l’artista Ai Weiwei recuperò dalle macerie novanta tonnellate di tondini d’acciaio contorti e li fece raddrizzare a mano, uno per uno. L’opera si intitola Straight, «diritto».

Perché Gesù parla di «fame e sete»?

Gesù avrebbe potuto dire «beati quelli che amano la giustizia». Sceglie invece le due parole più fisiche che esistono. Fame e sete non sono ideali né valori: sono bisogni vitali. Non si scelgono, e finché non vengono soddisfatti non lasciano pensare ad altro.

La Bibbia usa lo stesso linguaggio per la ricerca di Dio: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente» (Sal 42,3). La sete di Dio e la sete di giustizia, nelle Scritture, sono la stessa sete.

Il contrario della fame di giustizia: l’abitudine

Si potrebbe pensare che il contrario di chi ha fame sia chi è sazio. Nella vita interiore, invece, il contrario della fame di giustizia è l’abitudine.

La psicologia descrive un meccanismo chiamato impotenza appresa: quando una persona sperimenta più volte che i suoi sforzi non producono alcun cambiamento, impara a non muoversi più, anche quando potrebbe. È lì che nascono frasi come «tanto non cambia niente» o «il mondo è sempre andato così». Sembrano saggezza; spesso sono una fame che si è spenta per non soffrire più.

«Tanto non cambia niente» non è saggezza. È una fame che si è spenta per non soffrire più.

Quando la fame diventa voracità

Esiste anche la deformazione opposta. La fame di giustizia può trasformarsi in voracità: un’indignazione continua che si nutre di disprezzo, ha sempre bisogno di un nemico e si consuma ogni giorno sui social senza cambiare nulla.

La differenza si riconosce dai frutti. La fame di giustizia del Vangelo rende più umani, anche verso chi sbaglia. La voracità rende più duri, anche verso chi ci sta accanto.

La fame di giustizia cerca il pane. La voracità cerca un bersaglio.

Anche Gesù ha avuto fame e sete

Gesù non parla di una fame che conosce solo da fuori. Sulla croce dice: «Ho sete» (Gv 19,28). E nel racconto del giudizio finale si identifica con gli affamati: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25,35).

Chi ha fame di giustizia, quindi, non cerca qualcosa di lontano da Dio. Sente in sé la stessa fame che Dio sente per il mondo.

Che cosa significa «saranno saziati»?

La promessa è al futuro e al passivo: sarà Dio a saziare, senza dire quando né come. Ma c’è un indizio. Il verbo greco tradotto con «saziare» ricompare nel Vangelo di Matteo nella moltiplicazione dei pani: «Tutti mangiarono a sazietà» (Mt 14,20).

In quella scena Gesù non fa piovere il pane dal cielo: lo prende, lo spezza e lo affida ai discepoli, che lo distribuiscono alla folla. La sazietà promessa da Dio arriva quasi sempre così, passando di mano in mano. E spesso chi ha fame di giustizia non vede il compimento con i propri occhi: ogni gesto giusto, però, fa già parte di quel pane.

La sazietà promessa da Dio arriva quasi sempre così: passando di mano in mano.

Tre errori comuni nel leggere la quarta beatitudine

1. Ridurla a una questione solo interiore

Leggere «giustizia» solo come perfezione personale fa dimenticare che, nella Bibbia, conoscere Dio significa anche difendere il povero (Ger 22,16).

2. Ridurla a una questione solo politica

All’opposto, un impegno sociale senza vita interiore rischia di trasformare la fame in voracità e la giustizia in disprezzo per l’avversario.

3. Trasformarla in un obbligo che schiaccia

La beatitudine non chiede di risolvere tutte le ingiustizie del mondo. Chi si sente in colpa per non fare mai abbastanza può ricordare che è un annuncio, non un comando.

Come vivere oggi la fame e sete di giustizia

Scegliere una sola cosa storta da raddrizzare. Non tutte le ingiustizie del mondo: una, vicina e concreta. Il collega trattato male, il vicino solo, la persona esclusa in classe o in parrocchia.

Non nutrire la fame con il disprezzo. Chiedersi se la propria indignazione rende più umani o più duri, se spinge verso qualcuno da aiutare o verso qualcuno da colpire.

Non restare soli. Chi lotta da solo si esaurisce o si indurisce. Una comunità, un gruppo, anche un solo amico aiutano a tenere viva la fame senza farla diventare rabbia.

La giustizia del Vangelo non ha bisogno di nemici. Ha bisogno di mani.

Domande frequenti su «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia»

Dove si trova «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia» nella Bibbia?

Nel Vangelo di Matteo, capitolo 5, versetto 6, all’interno del discorso della montagna. Una forma parallela si trova in Luca 6,21: «Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati».

Che cosa significa «giustizia» in Matteo 5,6?

La parola greca dikaiosyne indica sia la giustizia personale, cioè vivere rettamente davanti a Dio, sia la giustizia sociale, cioè la difesa di chi è oppresso. L’italiano «giustizia» conserva entrambi i significati.

Perché Gesù parla di fame e sete?

Perché fame e sete sono bisogni vitali, non preferenze. Gesù descrive un desiderio di giustizia così profondo da essere necessario come mangiare e bere.

Che cosa significa «saranno saziati»?

È una promessa di Dio, espressa al futuro e al passivo. Il verbo greco è lo stesso usato per la moltiplicazione dei pani (Mt 14,20): la sazietà promessa arriva attraverso il pane condiviso, passando di mano in mano.

Che differenza c’è tra la quarta e l’ottava beatitudine?

Entrambe parlano di giustizia. La quarta (Mt 5,6) riguarda chi la desidera come fame e sete; l’ottava, «Beati i perseguitati per la giustizia» (Mt 5,10), riguarda chi paga un prezzo per averla cercata.

La serie continua. Questo articolo è la quarta tappa di «Le beatitudini non sono comandi». L’ultima puntata è dedicata a «Beati i misericordiosi»: prima di essere qualcosa da dare, la misericordia è qualcosa da ricevere.

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