Molti di noi hanno conosciuto i santi nella versione del santino: aureola, occhi al cielo, mani giunte, e sul retro tre righe su una pietà straordinaria «fin dalla più tenera età». Basta però aprire una biografia seria per scoprire che i santi non erano perfetti. Avevano caratteri difficili, vizi, paure, fallimenti. In questo articolo vediamo chi erano davvero alcuni di loro, perché l’immagine del santo perfetto ci fa più male che bene, e che cosa significa essere santi secondo la Scrittura.
In breve. La santità non è una vita riuscita né un traguardo di perfezione morale. Girolamo era irascibile, Camillo de Lellis era un giocatore d’azzardo, Giuseppe da Copertino fu respinto dai conventi perché goffo, Benedetto Giuseppe Labre morì mendicante dopo essere stato rifiutato da tutti i monasteri. Quando la Chiesa proclama santo qualcuno non certifica che ce l’ha fatta: riconosce che Dio ce l’ha fatta con lui. L’immagine del santo perfetto, invece, alimenta la vergogna e allontana proprio chi avrebbe più bisogno di quei modelli.
Un romanzo sul santo che non sapeva di esserlo
Nel 1940 Graham Greene pubblica Il potere e la gloria. Siamo in uno stato del Messico negli anni Trenta, durante la persecuzione anticlericale: le chiese sono chiuse, i preti sono fuggiti, si sono sposati per obbedire alla legge oppure sono stati fucilati. Ne resta uno solo, senza nome, conosciuto come «il prete del whisky».
È un uomo che beve, che ha avuto una figlia, che ha paura e scappa. Si considera il peggior prete mai esistito. Eppure continua a battezzare, confessare e celebrare di nascosto. Quando finalmente riesce a mettersi in salvo oltre il confine, torna indietro per assistere un moribondo, pur sapendo che è una trappola. Viene arrestato e fucilato, convinto di arrivare davanti a Dio a mani vuote.
Nello stesso romanzo una madre devota legge ai figli la vita di un giovane martire perfetto, obbediente e pio fin da bambino. Le figlie si commuovono, il figlio più piccolo si annoia. Greene mette uno accanto all’altro due santi: quello di carta, che non convince nessuno, e quello sbagliato, che senza saperlo tiene in vita la fede di un paese.
Chi erano davvero i santi: quattro vite imperfette
Non serve la letteratura. Le biografie dei santi canonizzati sono piene di persone che oggi definiremmo difficili.
San Girolamo: un carattere impossibile
Il grande traduttore della Bibbia in latino, dottore della Chiesa, era famoso per la lingua tagliente e per le polemiche durissime con chiunque lo contraddicesse. A Roma si era fatto così tanti nemici che a un certo punto dovette andarsene. La santità non gli ha addolcito il carattere: lo ha messo al servizio della Parola.
San Camillo de Lellis: il giocatore d’azzardo
Soldato di ventura, malato di gioco, si giocò tutto, perfino la camicia che aveva addosso. Aveva una piaga alla gamba che non guarì mai. Assunto come inserviente in un ospedale di Roma, fu cacciato perché giocava a carte e attaccava briga. Proprio negli ospedali, anni dopo, avrebbe cambiato il modo di curare i malati, fondando l’ordine dei Ministri degli Infermi.
San Giuseppe da Copertino: quello che nessuno voleva
Non sapeva studiare, era distratto e maldestro. Respinto da più conventi, fu accolto dai cappuccini e rimandato a casa dopo pochi mesi perché rompeva i piatti e dimenticava i compiti. Alla fine lo presero come garzone di stalla. Oggi è il patrono degli studenti.
San Benedetto Giuseppe Labre: il mendicante
Bussò a un monastero dopo l’altro e fu respinto da tutti. Visse da pellegrino povero, sporco, dormendo tra le rovine del Colosseo, evitato dalla gente. Quando morì, a trentacinque anni, i bambini di Roma corsero per le strade gridando che era morto il santo.
E prima di tutti c’è Pietro, che giurò di non conoscere l’uomo che aveva seguito per tre anni (Mt 26,69-75). In nessuno di loro la santità ha cancellato il carattere, la ferita o il limite. Li ha attraversati. Chi si chiede se il carattere si possa cambiare trova nelle loro vite una risposta interessante: Dio non sostituisce la persona, la raggiunge dove si trova.
La santità non ha cancellato il loro carattere. Lo ha attraversato.
Perché l’immagine del santo perfetto ci fa male
L’agiografia ripulita non è soltanto inesatta. Ha un effetto preciso su chi la legge: allontana. Un modello perfetto non dice «anche tu puoi», dice «guarda quanto sei lontano».
Qui è utile una distinzione che spesso confondiamo, quella tra vergogna e senso di colpa. Il senso di colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata, e spinge a riparare. La vergogna dice: sono io a essere sbagliato, e spinge a nascondersi. È la reazione più antica della Bibbia: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3,10).
Il santino perfetto, di solito, non produce senso di colpa ma vergogna. E la vergogna non guarisce davanti a un ideale irraggiungibile. Guarisce soltanto quando qualcuno ci vede per quello che siamo e non se ne va. Per questo chi vive con un perfezionismo morale o con l’idea di dover dimostrare continuamente qualcosa a Dio spesso trova nelle vite dei santi un peso in più invece che un sostegno.
Un modello perfetto non dice «anche tu puoi». Dice «guarda quanto sei lontano».
Che cosa significa essere santi secondo la Bibbia
Quando la Chiesa proclama santo qualcuno, non sta premiando una carriera spirituale. Sta riconoscendo che cosa la grazia è riuscita a fare con un materiale povero. Un santo non è qualcuno che ce l’ha fatta: è qualcuno con cui Dio ce l’ha fatta.
San Paolo lo scrive ai cristiani di Corinto: «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti» (1Cor 1,26-27). E di sé stesso riporta la risposta ricevuta dopo aver chiesto di essere liberato da una debolezza che lo umiliava: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Non nonostante la debolezza: nella debolezza.
È la stessa differenza che passa tra la santità e l’auto-ottimizzazione spirituale: la prima è un dono che si riceve, la seconda una prestazione che si misura.
Un santo non è qualcuno che ce l’ha fatta. È qualcuno con cui Dio ce l’ha fatta.
Ognissanti: la festa dei beati, non dei bravi
Non è un caso che il Vangelo della solennità di Tutti i Santi, il 1° novembre, sia quello delle beatitudini (Mt 5,1-12). In quelle parole non c’è un solo imperativo: Gesù non dice «sforzatevi di essere poveri, miti, misericordiosi», dice che chi lo è già è beato. Ne abbiamo parlato nella serie sulle beatitudini, che si è chiusa con «Beati i misericordiosi».
Ognissanti, allora, non celebra dei vincitori. Celebra persone raggiunte da una promessa. Nella stessa liturgia si legge: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2). Molti santi non sapevano di esserlo, e alcuni sono morti convinti di aver sbagliato quasi tutto.
La lettera agli Ebrei parla di una «moltitudine di testimoni» che ci circonda mentre corriamo (Eb 12,1). Sugli spalti non siede una giuria che dà i voti. Ci sono persone che conoscono la fatica della corsa, perché sono cadute anche loro.
Ognissanti non è la festa dei bravi. È la festa dei beati. E beato non vuol dire riuscito.
Come rileggere la vita dei santi senza sentirsi inadeguati
Cerca la biografia vera. Scegli un santo a cui sei affezionato, o uno che ti è sempre sembrato troppo lontano, e leggi una biografia seria. Cerca il punto in cui è caduto: il carattere, la paura, il fallimento, la ferita che non è guarita. Non per sminuirlo, ma per poterlo finalmente avere accanto.
Smaschera il confronto. Quando ti sorprendi a pensare «un vero cristiano non sarebbe così», chiediti di quale cristiano stai parlando: di uno vero o di uno di carta?
Lasciati conoscere da qualcuno. La vergogna si scioglie solo alla luce di uno sguardo che non se ne va: un confessore, un amico, un accompagnatore spirituale. Nessun santo è diventato santo da solo, davanti allo specchio.
La notte dopo
Nell’ultima pagina del romanzo di Greene, la sera dopo la fucilazione, qualcuno bussa alla porta della casa della madre devota. Il bambino che si annoiava con la vita del martire perfetto va ad aprire: è un prete sconosciuto, appena arrivato di nascosto per prendere il posto di quello ucciso. Il ragazzo lo fa entrare e gli bacia la mano.
Il prete del whisky non lo saprà mai. Ma il bambino che i santi perfetti lasciavano indifferente è stato raggiunto da quello sbagliato. Forse è questo che celebriamo il 1° novembre: non persone che ce l’hanno fatta, ma persone attraverso le quali Dio è passato lo stesso.
Domande frequenti
I santi erano perfetti?
No. La Chiesa riconosce in un santo l’esercizio eroico delle virtù e la sua comunione con Dio, non l’assenza di difetti. Molti santi canonizzati avevano caratteri difficili, vizi superati con fatica o limiti che li hanno accompagnati tutta la vita.
Che cosa significa essere santi?
Nella Bibbia «santo» indica prima di tutto ciò che appartiene a Dio. Essere santi significa lasciare che la grazia di Dio lavori nella propria vita concreta, con i suoi limiti, più che raggiungere una perfezione morale con le proprie forze (cfr. 2Cor 12,9).
Quali santi hanno avuto una vita difficile o imperfetta?
Tra i tanti: san Girolamo, noto per il carattere irascibile; san Camillo de Lellis, ex soldato e giocatore d’azzardo; san Giuseppe da Copertino, respinto dai conventi perché ritenuto incapace; san Benedetto Giuseppe Labre, rifiutato dai monasteri e morto mendicante; e l’apostolo Pietro, che rinnegò Gesù.
Perché a Ognissanti si leggono le beatitudini?
Perché le beatitudini (Mt 5,1-12) descrivono la santità non come un traguardo da conquistare, ma come la condizione di chi è raggiunto dalla promessa di Dio: poveri, miti, afflitti, misericordiosi.
Che cosa racconta «Il potere e la gloria» di Graham Greene?
Il romanzo, del 1940, segue l’ultimo prete rimasto in uno stato del Messico durante la persecuzione anticlericale degli anni Trenta: un uomo fragile, che beve e ha paura, ma che continua a servire i fedeli fino a dare la vita. È una delle opere più note del Novecento sul tema della santità imperfetta.
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