Rialzarsi dopo una caduta: che cosa insegnano il judo e il Vangelo

Come si fa a rialzarsi dopo una caduta, quando la caduta è un lutto, un fallimento, un matrimonio che si incrina o una fede che per mesi sembra muta? Di solito cerchiamo la risposta nella forza: resistere, tenere duro, non mollare. Eppure c’è una disciplina che parte dalla direzione opposta. Nel judo, la prima cosa che si insegna non è come colpire. È come cadere. In questo articolo vediamo che cosa ha da dire questa lezione alla vita spirituale, che cosa dice la Bibbia su chi cade e perché imparare a cadere è la prima forma di autodifesa spirituale.

In breve. Nel judo, prima di qualunque tecnica, si impara l’ukemi, l’arte di cadere senza farsi male: non irrigidirsi, proteggere la testa, battere il braccio sul tappeto per distribuire il colpo, espirare. Molti credenti hanno invece imparato una fede che non prevede cadute, e quando cadono si feriscono due volte: per il colpo e per la vergogna. La Bibbia è piena di persone che cadono, e nessuna viene rimproverata per questo: «se il giusto cade sette volte, egli si rialza» (Pr 24,16). Saper cadere non è una sconfitta della fede. È una sua condizione.

Nel judo la prima lezione è come cadere

Chi ha accompagnato un bambino al primo corso di judo lo ha visto. Per settimane, prima di imparare qualunque presa, si va a terra: di schiena, di fianco, in avanti. Cento volte. Finché il corpo impara che cadere non è la fine.

Le tecniche di caduta si chiamano ukemi, una parola giapponese che si può tradurre con «il corpo che riceve». Non «il corpo che resiste», ma il corpo che accoglie l’urto e lo trasforma. E il nome stesso dell’arte, judo, contiene una parola che significa «morbido», «cedevole»: è la via di chi non oppone forza a forza.

Le regole di base sono poche e sempre le stesse:

  • non irrigidirsi, perché un corpo rigido assorbe tutto il colpo in un punto solo;
  • proteggere la testa, tenendo il mento verso il petto;
  • battere il braccio sul tappeto, per distribuire l’impatto su una superficie più ampia;
  • espirare nel momento in cui si tocca terra, invece di trattenere il fiato.

Chi non sa cadere ha paura di tutto. Si irrigidisce, e chi è rigido, quando cade, si fa male davvero.

Chi non sa cadere ha paura di tutto. E chi è rigido, quando cade, si spezza.

Perché nella fede nessuno ci insegna a cadere

Molti di noi hanno imparato una fede che non prevedeva cadute. Bisognava stare sempre in piedi: essere sereni, disponibili, presenti in parrocchia, all’altezza. Il dubbio era un problema da nascondere, la stanchezza un segno di poca fede, la rabbia un peccato da confessare in fretta.

Così, quando arriva la caduta vera, ci si fa male due volte. Una per il colpo in sé. L’altra per la vergogna di essere caduti, come se la caduta dimostrasse che la nostra fede era finta, o che Dio si è stancato di noi.

È la seconda ferita, spesso, quella che fa più danni. Il fallimento diventa un giudizio sul proprio valore; la crisi diventa una colpa; la preghiera che non risponde diventa la prova di non essere amati. E chi si vergogna di essere caduto tende a restare a terra da solo, invece di chiedere una mano.

Ci si fa male due volte: una per il colpo, l’altra per la vergogna di essere caduti.

Che cosa dice la Bibbia su chi cade

La Bibbia non è una galleria di persone che restano in piedi. È piena di gente che va a terra, e in nessun caso la caduta è l’ultima parola.

Il libro dei Proverbi lo dice in una frase sola: «Perché se il giusto cade sette volte, egli si rialza» (Pr 24,16). Il giusto non è chi non cade mai, ma chi si rialza. Il Salmo 37 aggiunge che il giusto, se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano (Sal 37,24). E il Salmo 145 descrive Dio come colui che «rialza chiunque è caduto» (Sal 145,14).

Nel Nuovo Testamento le cadute hanno nomi e volti precisi.

Pietro che affonda. Cammina sulle acque verso Gesù, ha paura del vento e comincia ad andare giù. Grida: «Signore, salvami!». E il Vangelo annota: «E subito Gesù tese la mano, lo afferrò» (Mt 14,30-31). Prima ancora della domanda sul dubbio, viene la mano.

Paolo a terra sulla via di Damasco. L’uomo più sicuro di sé di tutto il Nuovo Testamento finisce a terra, cieco, e deve farsi accompagnare per mano in città (At 9,4-8). È lì, e non prima, che comincia la sua vita nuova.

Il figlio che tocca il fondo. Nella parabola del padre misericordioso, il figlio minore arriva a invidiare il cibo dei maiali. Proprio lì, a terra, «ritornò in sé» e si ricorda di avere un padre (Lc 15,17). Il padre non aspetta le sue scuse: gli corre incontro.

Nessuno di loro viene rimproverato per essere caduto. A ognuno, lì in basso, viene tesa una mano.

Il Vangelo non chiede di non cadere più. Promette che, lì in basso, c’è una mano.

Le quattro regole della caduta, lette con il Vangelo

Le regole dell’ukemi funzionano sorprendentemente bene anche per la vita interiore.

1. Non irrigidirsi: accettare di essere caduti

La prima tentazione davanti a una crisi è negarla: «va tutto bene», «non è niente», «ce la faccio da solo». Ma una caduta negata fa più male di una caduta accolta. Paolo scrive che la forza di Dio «si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9): non nella debolezza nascosta, ma in quella riconosciuta.

2. Proteggere la testa: non trasformare la caduta in un giudizio su di sé

Nel judo si porta il mento al petto perché la cosa più importante è che la testa non sbatta. Nella vita spirituale la «testa» è l’immagine che abbiamo di noi stessi. Si può fallire senza essere un fallimento; si può sbagliare senza essere sbagliati. La dignità di una persona non dipende dal suo ultimo risultato. Ne abbiamo parlato anche nell’articolo sui tre pilastri del senso della vita.

3. Battere il tappeto: non portare il colpo da soli

Il braccio che batte a terra serve a distribuire l’urto su una superficie più grande. È esattamente ciò che succede quando una caduta viene raccontata: a un amico, a un accompagnatore spirituale, a una comunità. Il peso non sparisce, ma non si concentra più in un punto solo. Un dolore condiviso fa meno danni di un dolore nascosto.

4. Espirare: dare voce al dolore

Chi trattiene il fiato mentre cade si fa più male. Nella preghiera, espirare significa lamentarsi davanti a Dio, come fanno di continuo i Salmi: dire la rabbia, la paura, la delusione, senza ripulirle. Paolo descrive così la propria vita: «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi» (2Cor 4,8-9). È la descrizione perfetta di qualcuno che ha imparato a cadere.

Si può fallire senza essere un fallimento. Si può sbagliare senza essere sbagliati.

Che cos’è l’autodifesa spirituale

La parola «autodifesa» fa pensare a pugni, guardia alta, muscoli. Ma l’autodifesa spirituale somiglia molto di più alla prima lezione sul tappeto. È la capacità di riconoscere le voci interiori che erodono la dignità, la fiducia e la speranza, e di non lasciare che siano loro a dirci chi siamo.

Non è un’armatura per diventare invulnerabili. Chi cerca di non cadere mai finisce per irrigidirsi, e la rigidità è proprio ciò che spezza. L’autodifesa spirituale insegna invece tre cose: cadere senza spezzarsi, rialzarsi senza chiedere scusa di essere umani e fidarsi che il pavimento, sotto, regge.

In questo senso è parente stretta della mitezza evangelica, che non è debolezza ma forza che non ha bisogno di irrigidirsi. Ne parliamo nell’articolo su «Beati i miti».

Quando una caduta ha bisogno di un aiuto in più

Ci sono cadute da cui ci si rialza con il tempo, la preghiera e l’aiuto delle persone vicine. E ce ne sono altre che richiedono anche un aiuto professionale. Se la tristezza, il senso di fallimento o la mancanza di speranza durano a lungo, tolgono il sonno o rendono difficile la vita quotidiana, è importante parlarne con il proprio medico o con uno psicologo. Chiedere aiuto non è un segno di poca fede: è, letteralmente, battere il braccio sul tappeto.

Per approfondire. È il cuore del Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo): non un’armatura per diventare invulnerabili, ma un percorso per imparare a cadere senza spezzarsi e a rialzarsi senza vergogna, alla luce del Vangelo.

Domande frequenti

Che cosa dice la Bibbia su chi cade?

La Bibbia non presenta la caduta come la fine, ma come un’esperienza comune anche ai giusti. Il libro dei Proverbi afferma: «Se il giusto cade sette volte, egli si rialza» (Pr 24,16), e il Salmo 145 dice che il Signore «rialza chiunque è caduto» (Sal 145,14). Nel Vangelo Pietro, Paolo e il figlio prodigo cadono, e a ciascuno viene offerta una mano.

Come rialzarsi dopo un fallimento con l’aiuto della fede?

Aiuta riconoscere la caduta invece di negarla, distinguere l’errore dal proprio valore personale, condividere ciò che è successo con qualcuno di fiducia e portare il dolore nella preghiera senza ripulirlo. La fede non chiede di non cadere mai, ma di non restare a terra da soli.

Cadere significa avere poca fede?

No. Le Scritture mostrano che cadono anche i credenti più grandi. Pietro affonda mentre cammina verso Gesù, e la prima risposta di Gesù non è un rimprovero ma una mano tesa (Mt 14,31).

Che cos’è l’autodifesa spirituale?

È la capacità di riconoscere i pensieri e le voci interiori che erodono la dignità, la fiducia e la speranza, e di rispondere loro con lucidità e fede. Non mira a rendere invulnerabili, ma a imparare a cadere senza spezzarsi e a rialzarsi senza vergogna.

Che cosa significa ukemi nel judo?

È l’insieme delle tecniche di caduta, che nel judo si imparano prima di qualunque altra tecnica. Il termine giapponese si può tradurre con «il corpo che riceve»: insegna ad accogliere l’urto senza irrigidirsi, proteggendo la testa e distribuendo l’impatto.

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