Quando san Paolo scrive «vivete in pace con tutti» (Rm 12,18), usa la parola greca pas, che significa «tutti» senza eccezioni. La mitezza, la gentilezza e il bene che il Nuovo Testamento chiede ai cristiani non sono regole interne da usare tra chi la pensa allo stesso modo: valgono anche per chi ci contraddice, ci irrita o ci ferisce. Con un limite onesto, però: «per quanto dipende da voi».
Molte esortazioni degli apostoli le leggiamo istintivamente come rivolte alla comunità: ai fratelli nella fede, alla parrocchia, al gruppo. Ma c’è una piccola parola che, ogni volta che compare, allarga il cerchio.
Una parola greca di tre lettere: pas
Pas (πᾶς) è uno degli aggettivi più comuni del Nuovo Testamento. Vuol dire «tutto», «ogni», «tutti». Proprio perché è così frequente, rischiamo di non notarlo. Eppure, se ci si ferma sulle frasi in cui accompagna un’esortazione morale, emerge un quadro sorprendente.
Ecco alcuni passi, nella traduzione CEI:
- «La vostra amabilità sia nota a tutti» (Fil 4,5).
- «Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini» (Rm 12,17).
- «Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,18).
- «Mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini» (Tt 3,2).
In nessuno di questi testi l’apostolo dice «tra voi». Dice «tutti».
«Soprattutto», non «soltanto»: Galati 6,10 e 1 Tessalonicesi 5,15
In alcuni passi Paolo nomina esplicitamente la comunità, ma non la isola mai dal resto del mondo:
- «Cercate sempre il bene tra voi e con tutti» (1Ts 5,15).
- «Operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede» (Gal 6,10).
La comunità ha un posto speciale, ma dentro uno sfondo più grande. In Galati la parola decisiva è «soprattutto»: non «soltanto». I fratelli nella fede vengono prima, ma non vengono da soli.
Che cosa significa «la vostra amabilità sia nota a tutti» (Fil 4,5)
La parola che la CEI traduce con «amabilità» è epieikés, un termine difficile da rendere in italiano. Indica la mitezza di chi non pretende sempre di far valere i propri diritti fino in fondo, la ragionevolezza di chi sa cedere, la gentilezza che non diventa debolezza.
E Paolo chiede che questa amabilità sia nota, cioè visibile. Non basta essere miti nel cuore: la mitezza cristiana si deve vedere, anche da fuori, anche da chi non frequenta la comunità.
Romani 12,18: «per quanto dipende da voi»
Il versetto più famoso di questo gruppo contiene una precisazione preziosa: «Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti».
Paolo non è ingenuo. Sa che non sempre la pace è possibile, perché non dipende solo da noi. Ci sono persone che non vogliono riconciliarsi, situazioni che restano ferite, rapporti che è giusto proteggere con dei confini.
Il comando, quindi, non è «andate d’accordo con tutti a ogni costo». È una responsabilità precisa: fare la propria parte fino in fondo, senza pretendere di controllare quella degli altri. È una parola che libera, perché toglie il peso di dover salvare da soli ogni relazione.
Mitezza verso tutti, anche verso chi ci ferisce
Nella Lettera a Tito la parola tradotta con «mitezza» è praútes: la stessa radice della beatitudine «Beati i miti» (Mt 5,5). È la mitezza di chi è forte abbastanza da non avere bisogno di aggredire.
Il contesto lo conferma: Paolo chiede di «non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini» (Tt 3,2). Subito dopo ricorda che anche noi, un tempo, eravamo duri e lontani: la mitezza verso gli altri nasce dalla memoria della misericordia ricevuta.
Miti in parrocchia, aggressivi nei commenti
Questi testi toccano un nervo scoperto del nostro tempo. Molti cristiani sono pazienti con chi la pensa come loro e sbrigativi, a volte duri, con tutti gli altri. Gentili in parrocchia, aggressivi sui social. Come se la mitezza fosse una regola di casa, da usare solo tra i nostri.
Il Nuovo Testamento non conosce questa doppia morale. La gentilezza che vale in comunità vale anche nei commenti, nelle discussioni politiche, sul lavoro, con il vicino che non sopportiamo.
Perché ci difendiamo alzando muri
Spesso diventiamo aggressivi perché ci sentiamo minacciati. Una critica, un’opinione diversa, un attacco alla nostra fede: e subito alziamo la voce, prepariamo la risposta, dividiamo il mondo tra noi e loro.
È una forma di difesa. Ma i muri, prima o poi, tagliano fuori proprio quei «tutti» di cui parla Paolo.
Esiste un altro modo di difendersi. Un cuore che sa da dove viene la propria sicurezza non ha bisogno di vincere ogni discussione. Può restare fermo nelle proprie convinzioni e insieme mite nei modi. Può permettersi la gentilezza anche con chi non la ricambia, perché la sua stabilità non dipende dalla reazione dell’altro.
Come vivere in pace con tutti, concretamente
- Rileggi prima di rispondere. Davanti a un commento o a una mail che ti irrita, aspetta. La mitezza spesso è solo questione di tempo.
- Fai la tua parte, non quella dell’altro. Chiediti che cosa dipende da te in quella relazione, e fermati lì. Il resto non è tuo compito.
- Allarga il cerchio di una persona. Questa settimana scegli qualcuno fuori dalla tua cerchia, magari qualcuno che ti è antipatico, e fagli del bene in modo semplice e concreto.
- Ricorda la misericordia ricevuta. È la motivazione che Paolo stesso indica a Tito: chi ricorda di essere stato perdonato diventa più mite con gli altri.
Domande frequenti
Che cosa significa «vivete in pace con tutti»?
È un’esortazione di san Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 12,18). Chiede ai cristiani di cercare la pace con ogni persona, non solo con chi appartiene alla comunità. La precisazione «per quanto dipende da voi» riconosce però che la pace non sempre è possibile, perché dipende anche dagli altri.
Dove si trova «la vostra amabilità sia nota a tutti»?
Nella Lettera ai Filippesi, al capitolo 4, versetto 5. Il versetto prosegue con «Il Signore è vicino!». L’amabilità indica una mitezza ragionevole, che non pretende di imporsi e che deve essere visibile a chiunque.
Bisogna andare d’accordo con tutti a ogni costo?
No. Il testo di Rm 12,18 dice «se possibile, per quanto dipende da voi». Il cristiano è chiamato a fare la propria parte per la pace, ma non è responsabile delle scelte degli altri e può mettere confini sani nelle relazioni che fanno male.
Che differenza c’è tra fare il bene «tra voi» e «verso tutti»?
In Galati 6,10 Paolo chiede di fare il bene verso tutti, «soprattutto» verso i fratelli nella fede. La comunità ha un posto privilegiato, ma non esclusivo: il bene cristiano non si ferma ai confini della Chiesa.
Che cos’è la mitezza cristiana?
È la forza di chi non ha bisogno di aggredire per difendersi. Il Nuovo Testamento la collega alla beatitudine «Beati i miti» (Mt 5,5) e la chiede verso tutti gli uomini (Tt 3,2). Non è debolezza, ma stabilità interiore.
Di questa forma di difesa, che non è una corazza contro gli altri ma un cuore abbastanza custodito da potersi aprire, parlo nel Manuale di autodifesa spirituale.

