Molti credenti si portano dentro un’idea di Dio che non hanno mai scelto. Un Dio che osserva, prende appunti, fa la media dei voti. Un’immagine che non nasce dal Vangelo, ma che col tempo può rendere la fede faticosa, ansiosa, perfino triste. Riconoscerla è il primo passo per guarirla.
Raramente qualcuno ce l’ha insegnata in modo esplicito. L’abbiamo respirata. Nei «guarda che Dio ti vede» detti di passaggio, in certe prediche dove la tristezza sembrava una virtù e la gioia un lusso un po’ sospetto, in un’educazione religiosa più attenta alle regole che alle persone.
Fabrizio De André, nella sua Preghiera in gennaio, ironizzava su un Paradiso riservato «soprattutto per chi non ha sorriso». Una frase che non suona poi così lontana da certa religiosità che molti hanno conosciuto da vicino.
Il risultato è un’immagine di Dio coerente, prevedibile, comoda da usare quando serve far rigare dritto qualcuno. Ma profondamente estranea al Dio di Gesù.
Come riconoscere un’immagine di Dio che fa male
L’immagine di un Dio giudice raramente si presenta con il suo nome. Si nasconde dietro atteggiamenti che sembrano spirituali, ma che in realtà consumano. Ecco alcuni segnali:
- preghi perché «si deve», e quando salti un momento ti senti in colpa più che in mancanza;
- hai la sensazione costante di essere un passo indietro, sempre in difetto;
- fai fatica a perdonarti anche dopo aver chiesto perdono;
- la gioia, nella fede, ti sembra un po’ superficiale;
- davanti a Dio senti il bisogno di mostrarti migliore di quello che sei.
Se ti riconosci in qualcuno di questi punti, non sei un cattivo credente. Sei semplicemente una persona che ha ricevuto un’immagine di Dio sbagliata, e che forse è stanca di portarla.
Il Dio del Vangelo: senza bilance, senza lavagne
Basta rileggere il Vangelo con calma per accorgersi che lì c’è un altro Dio. Nel racconto di Marco, una donna malata da dodici anni si fa strada tra la folla e tocca di nascosto il mantello di Gesù, quasi rubando un miracolo. Gesù si ferma, la cerca, la chiama fuori dall’anonimato. Non la rimprovera. La chiama «Figlia» e le dice: «La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace» (Mc 5,34).
Non è l’uomo che si arrampica per diventare degno. È Dio che si china. Un Dio senza bilance. Senza lavagne con i voti. Senza conti da far tornare.Moreno Migliorati, Manuale di autodifesa spirituale
È il Dio di Zaccheo, del figlio che torna a casa, del pubblicano che non osa alzare lo sguardo. Un Dio che non ama «se», ma ama e basta. La conversione viene dopo: nasce dall’incontro, non lo precede.
Perché la vecchia immagine non se ne va da sola
Sapere che Dio è misericordioso non basta. L’immagine del giudice resta lì, come una voce di fondo, e cambia vestito con gli anni. Diventa senso di colpa che non si scioglie, perfezionismo religioso, paura di sbagliare, bisogno di meritarsi perfino l’aria.
È una voce che conosce bene il nostro linguaggio e si presenta come coscienza, come serietà, come impegno. Per questo serve imparare a riconoscerla e a non darle automaticamente ragione. È quella che chiamo autodifesa spirituale: non una corazza contro gli altri, ma la capacità di proteggere il cuore dalle voci che lo schiacciano in nome di Dio.
Un piccolo esercizio di autodifesa spirituale
Non serve un ritiro di un mese. Bastano pochi minuti, anche una volta alla settimana.
- Ascolta la voce. Quando ti senti «non abbastanza», fermati e chiediti: chi sta parlando adesso?
- Dalle un nome. Riconosci che quella voce è un’immagine di Dio, non Dio.
- Confrontala con il Vangelo. Gesù direbbe davvero quella frase alla donna del mantello? A Zaccheo? A te?
- Compi un gesto di tenerezza. Un piccolo gesto gratuito proprio verso la parte di te che credi di non meritarlo: un’ora per te, un errore perdonato senza rimuginarci sopra.
Qualche domanda (senza obbligo di risposta)
- La tua immagine di Dio assomiglia più a un giudice o a un padre che rialza il volto?
- Quali parole interiori ti fanno sentire «sbagliato»?
- Stai vivendo la fede per essere approvato o per essere amato?
Per chi vuole andare più a fondo
Il «Manuale di autodifesa spirituale. Guida di sopravvivenza per credenti stanchi, dubbiosi e imperfetti» (Edizioni San Paolo, prefazione di Mariapia Veladiano) è un percorso per riconoscere le voci che appesantiscono la fede e ritrovare il volto di un Dio che libera.
Domande frequenti
Avere paura del giudizio di Dio è sbagliato?
Non è una colpa: è spesso il frutto di un’educazione ricevuta. Il Vangelo però mostra un Dio che non identifica una persona con i suoi errori. Il timore di Dio, nella Bibbia, è stupore e rispetto, non terrore.
Come si cambia la propria immagine di Dio?
Lentamente, rileggendo il Vangelo con occhi nuovi, imparando a riconoscere le voci interiori che accusano e confrontandole con le parole e i gesti di Gesù. Un accompagnamento spirituale può aiutare molto.
Che cos’è l’autodifesa spirituale?
È la capacità di proteggere la propria vita interiore da sensi di colpa, perfezionismi e immagini distorte di Dio. Non è chiudersi, ma imparare a distinguere la voce che schiaccia da quella che libera.
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