Se preghi da anni e a un certo punto la preghiera ha smesso di darti qualcosa, la risposta breve è questa: quasi sempre non hai perso la fede, stai attraversando un’aridità. E l’aridità non è la stessa cosa della desolazione, anche se si somigliano molto.
La confusione tra le due è il motivo per cui tante persone smettono di pregare convinte di essere in crisi spirituale, quando in realtà stavano solo smettendo di sentire.
In questo articolo vediamo come si riconoscono, perché scambiarle è pericoloso e cosa conviene fare quando capita.
Cosa succede davvero quando non senti niente
Ti siedi. Dici le stesse parole che dicevi sei mesi fa, un anno fa, dieci anni fa. E non arriva niente.
Non è un dramma. Non c’è nessuna rivolta, nessuna crisi dichiarata, nessun momento preciso in cui hai deciso qualcosa. C’è solo il fatto, piatto e senza racconto, che dove prima c’era qualcosa adesso non c’è. La preghiera continua a occupare lo stesso spazio nella tua giornata, dura più o meno lo stesso tempo, e non ti restituisce niente.
E la prima cosa che fai, quasi sempre nel giro di pochi secondi, è cercare il tuo errore.
Attenzione a non confondere questa esperienza con quella delle preghiere senza risposta: lì il problema è che chiedi qualcosa e non ottieni ciò che hai chiesto. Qui il problema è rovesciato e più intimo. Non è Dio che non risponde: sei tu a non sentire più niente mentre continui a parlargli.
La diagnosi sbagliata che abbiamo tutti in testa
Lo schema più diffuso è questo: se non senti niente, allora hai fatto qualcosa di male, oppure non hai pregato abbastanza, oppure la tua fede si è raffreddata mentre eri distratto.
Non lo abbiamo inventato noi, lo abbiamo respirato. È l’aria di gran parte di ciò che si scrive sulla vita spirituale, dove l’assenza di sentimento viene trattata come un sintomo da cui risalire a una causa, e la causa è quasi sempre una nostra mancanza.
Il problema di questo schema non è solo che sia crudele. È che è impreciso: mette insieme due esperienze diverse, che hanno cause diverse e chiedono risposte opposte.
Aridità e desolazione: i due vuoti a confronto
Il primo vuoto: l’aridità
L’aridità non ti sposta. Ti lascia esattamente dove sei. Continui a fare quello che facevi prima, con la stessa fedeltà, semplicemente non ne ricavi niente. Non ti viene voglia di smettere, non ti viene voglia di continuare, non ti viene voglia di niente.
È piatto. Se dovessi descriverla a qualcuno faresti fatica, perché non c’è nessun avvenimento da raccontare. La sensazione più esatta è che ti sia stato tolto il gusto, come quando dopo un’influenza mangi, riconosci le cose, ma non le senti.
Il secondo vuoto: la desolazione
La desolazione ha una direzione. Non è soltanto assenza, è spinta. Non ti toglie il sentimento, ti toglie il coraggio.
Arriva insieme a un discorso, e il discorso è sempre lo stesso: stai perdendo tempo, non sei fatto per queste cose, gli altri ci riescono e tu no, forse hai capito male fin dall’inizio. Ti suggerisce di ridurre, di rimandare, di lasciar cadere un impegno preso in un momento migliore. E ti convince con argomenti che sembrano ragionevoli, perché li hai prodotti tu.
Il criterio per distinguerle
La differenza tra aridità e desolazione non sta in quanto sono spiacevoli. Sta in dove ti portano.
La domanda giusta, quando dentro non senti niente, non è che cosa provo. È dove mi sta portando quello che provo.
L’aridità ti lascia dove sei. La desolazione ti sposta, e ti sposta sempre nella stessa direzione: via.
Perché confonderle fa smettere di pregare
Ecco la ragione pratica per cui vale la pena imparare questa distinzione.
Chi vive l’aridità e la scambia per desolazione si convince di essere in crisi di fede. E siccome è una persona seria, agisce di conseguenza: riduce, rimanda, si dice che riprenderà quando sarà nella condizione giusta, che sarebbe ipocrita continuare a fare una cosa che non sente.
Ha risolto un problema che non aveva. E nel risolverlo si è tolto da sotto i piedi l’unica cosa che lo stava tenendo su.
È così che si smette. Non per una decisione contro Dio, quasi mai. Si smette per coerenza, con la coscienza tranquilla, credendo di essere onesti.
Le tre cause più frequenti dell’aridità
Se quello che stai attraversando è il vuoto piatto, ci sono tre cose da guardare, in quest’ordine.
1. Sei semplicemente stanco
È la causa più banale e va guardata per prima proprio per questo. Hai dormito male per settimane, hai un pensiero fisso che ti mangia le energie, hai cambiato ritmi. Non tutto ciò che accade nella tua preghiera è spirituale. A volte il corpo ha finito la benzina e la preghiera è solo il primo posto dove te ne accorgi, perché è l’unico momento della giornata in cui stai fermo.
2. La tua preghiera è cambiata forma
Questa è più interessante. La preghiera può essersi trasformata mentre tu la stai ancora misurando con lo strumento di prima.
Chi per anni ha pregato con molte parole, con testi, con meditazioni articolate, a un certo punto può trovarsi attratto verso qualcosa di molto più povero: stare, e basta. Siccome misura tutto sul metro precedente, fatto di pensieri e di moti interiori, registra un crollo. Ma non è un crollo, è un cambio di unità di misura.
Due persone che si conoscono da vent’anni possono stare a tavola in silenzio per venti minuti senza che sia successo niente di grave. Anzi, il silenzio a tavola è quasi sempre un dato sul tempo passato insieme, non sulla qualità del rapporto.
3. C’è qualcosa che non hai portato lì dentro
È la causa più scomoda, e nella mia esperienza la più frequente tra chi prega da molti anni.
Un lutto che non hai ancora avuto il permesso di attraversare fino in fondo. Una vergogna di cui non hai mai parlato con nessuno, tantomeno con Dio. Una rabbia verso di lui che non ti sei concesso, perché ti hanno insegnato che a Dio non si dicono certe cose.
E allora la tua preghiera continua, corretta e ordinata, ma è diventata parziale: tratta di tutto tranne che di ciò che ti occupa davvero. E si prosciuga, perché una conversazione da cui si esclude l’unico argomento che conta si prosciuga sempre. Continuerà a prosciugarsi finché resta parziale.
Il rovescio: perché l’aridità non è tempo perso
C’è un’ultima cosa, ed è quella che conta di più.
Finché senti qualcosa, quel qualcosa può sempre essere tuo. La consolazione consola, certo, ma fa anche un’altra cosa più silenziosa: ti conferma. Ti restituisce l’immagine di uno che sta pregando bene, che è nel giusto, che ha una relazione viva. Ti guardi mentre preghi e ti piaci. E fino a quel momento è impossibile sapere se stai cercando Dio o stai cercando l’effetto che ti fa.
Quando non senti niente, quella conferma non c’è più. Non puoi più modellare la tua esperienza di Dio sulla misura di ciò che ti serve, perché non hai nessuna esperienza da modellare.
Quando non senti niente non puoi più usare Dio come specchio. È possibile che sia il primo momento in cui lo stai pregando davvero.
Non sto dicendo che l’aridità è bella. Non lo è. Sto dicendo un’altra cosa: che non è vuota.
Il compositore Arvo Pärt, tra il 1968 e il 1976, smise quasi del tutto di scrivere musica. Passò quegli anni a studiare il canto gregoriano e la polifonia antica, cioè a rifare l’alfabeto da capo. Dall’esterno sembrava un uomo finito. Nel 1976 riapparve con un brano di poche note, e da lì nacque la musica per cui oggi lo conosciamo in mezzo mondo: una musica in cui le pause pesano quanto i suoni. Quel silenzio non era l’interruzione del lavoro. Era il lavoro.
Cosa fare quando la preghiera è arida
Due cose sole.
Non cambiare niente adesso. Quando non senti niente non è il momento di prendere decisioni sulla tua vita di preghiera, perché staresti decidendo con uno strumento starato. Le decisioni si prendono quando ci si vede. Adesso non ci si vede, e va bene così. Tieni quello che hai, anche se ti sembra che non serva a niente. Soprattutto se ti sembra che non serva a niente.
Lasciati prestare le parole. Quando non hai niente da dire, i salmi sono lì per questo, e sono stati scritti in gran parte da gente che non sentiva niente o sentiva cose peggiori. Il salmista dice a Dio che ha sete di lui «in terra arida, assetata, senz’acqua» (Sal 63,2), e non lo dice come metafora elegante: sta descrivendo la sua condizione mentre prega.
E se ti sembra troppo, c’è il Salmo 88. È l’unico salmo del Salterio che finisce al buio, senza consolazione e senza svolta finale. Qualcuno ha pregato così, qualcun altro ha deciso che quella preghiera andava conservata, e la Chiesa la fa pregare ancora oggi.
Non è previsto che tutte le tue preghiere finiscano bene. È previsto che tu le faccia.
Domande frequenti
Come capisco se è aridità o crisi di fede?
Guarda la direzione, non l’intensità. Se il vuoto ti lascia dove sei e continui a pregare senza ricavarne niente, è aridità. Se invece ti spinge attivamente a smettere, a ridurre, a considerare inutile tutto, e arriva accompagnato da pensieri che ti scoraggiano, sei nel territorio della desolazione, che si affronta in modo diverso.
Quanto dura l’aridità nella preghiera?
Non esiste una durata prevedibile. Può durare settimane o anni, e nessuno può dirti in anticipo quanto. La tradizione cristiana la considera un passaggio ordinario della vita spirituale, non un’anomalia, e in molti casi la legge come segno di maturazione.
Devo cambiare modo di pregare se non sento niente?
Non nel momento in cui non senti niente. Le decisioni sulla propria vita di preghiera si prendono quando si vede chiaro, e durante l’aridità non si vede chiaro. Se dopo un tempo lungo l’esigenza resta, parlane con qualcuno che ti accompagna spiritualmente.
È colpa mia se non sento niente quando prego?
Nella grande maggioranza dei casi no. L’aridità può dipendere da stanchezza fisica, da un cambio di forma della preghiera, oppure da qualcosa che non hai ancora portato davanti a Dio. Nessuna di queste tre è una colpa.
Cosa dice la Bibbia sull’aridità spirituale?
La Scrittura conosce bene questa esperienza. Il Salmo 63,2 descrive la sete di Dio in una terra arida e senz’acqua. Il Salmo 88 è una preghiera che termina nel buio senza consolazione finale. La preghiera biblica non presuppone che chi prega senta qualcosa.
Se l’argomento ti riguarda da vicino, ne ho scritto più diffusamente nel Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo, 2026). Questa la sua pagina ufficiale.

