Perché a settembre siamo già stanchi: il limite non è un difetto

Il capodanno che nessuno ha dichiarato

Settembre funziona come un inizio d’anno, anche se sul calendario non lo è.

Agenda nuova, anno pastorale nuovo, scuola, palestra, alimentazione, orari, progetti. La lista mentale comincia quasi sempre con la stessa formula: quest’anno finalmente.

Non si tratta di una debolezza individuale. È un fenomeno osservato e documentato: in corrispondenza di determinati marcatori temporali, l’inizio dell’anno, il primo del mese, il lunedì, il rientro da una vacanza, il compleanno, la disponibilità delle persone a fissare obiettivi e ad avviare comportamenti aspirazionali aumenta in modo misurabile.

Il meccanismo psicologico è preciso: quel marcatore sembra separare il vecchio sé dal nuovo sé. Ciò che non ha funzionato resta nella stagione precedente, e si immagina di poter ripartire da capo.

Poi arriva la fine della prima settimana.

Cinque giorni di lavoro, la posta accumulata, la sveglia che suona troppo presto, e l’agenda ha già le prime cancellature. La stanchezza si presenta puntuale, esattamente come ogni anno.

Perché la stanchezza di settembre pesa più delle altre

Qui si trova il punto decisivo, e non è quello che si dice di solito.

Non è la stanchezza in sé a essere insopportabile. Molte persone reggono carichi molto pesanti senza sentirsi schiacciate.

Il problema è che la stanchezza arriva subito dopo esserci promessi una versione straordinaria di noi stessi.

A quel punto smette di essere un dato fisico e diventa un giudizio. La distanza fra ciò che siamo e ciò che avevamo deciso di diventare non resta un’informazione neutra: viene letta come una sentenza sul proprio valore.

Il pensiero che segue è quasi sempre lo stesso, e assume una forma vagamente spirituale:

dovrei essere più grato, più carico, più motivato, più capace di reggere.

Il problema, quindi, non sono i buoni propositi. È aver trasformato settembre in un esame.

La confusione che fa più danni: limite e colpa

Esiste una confusione diffusa nella spiritualità corrente, e produce sofferenza proprio perché nessuno la nomina.

Abbiamo scambiato la finitezza per il peccato.

Vale la pena leggere lentamente questo elenco:

  • non poter stare in due posti nello stesso momento non è peccato
  • avere bisogno di dormire non è peccato
  • non sapere tutto non è peccato
  • avere energie che si esauriscono non è peccato
  • avere bisogno degli altri non è la conseguenza di una spiritualità difettosa

Sono tutte caratteristiche della condizione creaturale. Appartengono alla struttura, non al guasto.

Ne segue una formulazione che vale la pena tenere:

A volte ciò che scambiamo per peccato, o per effetto del peccato, è semplicemente la realtà di aver raggiunto il proprio limite.

Non siamo tenuti a essere infiniti. L’infinità appartiene a Dio, e non è un traguardo raggiungibile con l’allenamento o con la disciplina spirituale.

Il sonno come prova

L’immagine più chiara di tutto questo si trova in un versetto che molti ripetono ogni settimana senza farci caso: «Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele» (Sal 121,4).

Il salmo non afferma che noi non dobbiamo dormire. Afferma che Dio non dorme, e proprio per questo noi possiamo permettercelo.

Un terzo dell’esistenza lo trascorriamo incoscienti, incapaci di sorvegliare qualunque cosa. Ogni notte smettiamo di reggere il mondo, e il mondo prosegue.

Una precisazione necessaria

Nulla di tutto questo significa che ogni stanchezza vada semplicemente accettata.

Si può essere stanchi perché si dorme poco, perché la vita è organizzata male, perché si è malati, perché si è realmente ecceduto. Sono tutte cose che vanno guardate e, dove possibile, corrette.

Il punto è diverso e più radicale: il fatto stesso di avere un limite non richiede giustificazione.

L’altra metà del problema: la vita vera è sempre altrove

C’è una seconda ragione per cui settembre pesa, e riguarda la ripetizione.

Esiste una condizione interiore descritta con grande precisione molti secoli fa, in ambienti dove le persone vivevano in spazi piccoli e ripetevano ogni giorno gli stessi gesti. La descrizione è questa: a un certo punto il tempo comincia a sembrare interminabile, cresce l’insofferenza per il luogo in cui ci si trova e per il lavoro che si sta facendo, e si comincia a immaginare che altrove si vivrebbe meglio.

Non è pigrizia. Chi ne è colpito spesso lavora moltissimo. È qualcosa di più sottile: non riuscire più ad abitare ciò che si sta facendo.

Basta cambiare l’ambientazione e il ritratto resta identico:

se avessi un altro lavoro. Se avessi più tempo. Se fossi più organizzato. Se avessi la vita di quella persona. Se cominciassi finalmente a fare sul serio.

Il motivo è che la ripetizione costringe alla piccolezza. Nel martedì pomeriggio, fra scontrini e telefonate, nessuno applaude e nessuna svolta è in vista.

Sognare grandi progetti, in certi momenti, non è ambizione. È il modo più elegante di non stare dove si è.

Trent’anni che nessuno ha raccontato

A questa dinamica il Vangelo oppone qualcosa di sorprendente.

Il cristianesimo ha al centro una figura che ha impiegato trent’anni a fare cose che nessun evangelista ha ritenuto necessario raccontare. Tre anni scarsi di vita pubblica, contro circa trenta di lavoro, pasti, vicinato, famiglia, sonno. Di quel periodo il testo dice in sostanza una riga: che stava con loro e cresceva (Lc 2,51-52).

Non perché quegli anni non contassero, ma perché anche ciò che non è memorabile può essere abitato da Dio.

Nell’esortazione Gaudete et exsultate si osserva che la santità non richiede di sottrarsi alle occupazioni ordinarie e si parla dei piccoli dettagli quotidiani, ricordando che proprio così era fatta la vita di Gesù, Maria e Giuseppe.

Noi invece tendiamo a cercare Dio nei picchi: il ritiro spirituale, il viaggio, la grande decisione, il libro che finalmente chiarirà tutto. E quando si torna alla scrivania si ha l’impressione che la vita spirituale sia sospesa fino alla prossima occasione degna.

Se Dio non abita il martedì pomeriggio, non abita da nessuna parte.

L’ottimizzazione di sé è una vecchia eresia

Un’ultima osservazione.

Tutta la retorica della ripartenza poggia su un presupposto dato per ovvio: che esista una versione ideale di noi stessi e che il compito della vita consista nel produrla.

Non è un presupposto neutro. Trasforma il miglioramento in un progetto di salvezza personale e, poiché la curva dovrebbe salire indefinitamente mentre il corpo invecchia, contiene la disperazione fin dall’inizio.

La tradizione cristiana conosce questa dinamica da secoli e le ha dato un nome. Gaudete et exsultate è esplicita nell’individuare una mentalità che sovrappone la grazia a una volontà umana immaginata come quasi onnipotente, e include fra le nuove forme pelagiane le dinamiche di autorealizzazione. Con una frase che a settembre andrebbe riletta ad alta voce: non tutti possono tutto.

L’ottimizzazione di sé, dunque, non è un’invenzione contemporanea. È una vecchia eresia con l’abbonamento in palestra.

In sintesi

La stanchezza di settembre non misura la nostra motivazione. Diventa insopportabile perché la confrontiamo con la versione ideale che ci eravamo appena promessi.

Il limite non è un difetto morale né una conseguenza del peccato: è la forma della creatura. E la vita ordinaria non è la sala d’attesa di una vita più vera che comincerà quando avremo sistemato tutto.

Non serve diventare infiniti. Serve lasciare che Dio abiti la propria misura.

Il tema del bisogno di essere all’altezza, e delle difese che costruiamo perfino contro l’amore, è approfondito nel Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo).


DOMANDE FREQUENTI

Perché a settembre ci si sente stanchi già dopo pochi giorni? Perché settembre funziona come un inizio d’anno psicologico e attiva aspettative elevate su di sé. La stanchezza ordinaria arriva puntuale, ma viene confrontata con la versione ideale che ci si era appena promessi, e per questo pesa più del solito.

È normale sentirsi in colpa quando si è stanchi? È molto comune, ma si fonda su un equivoco. La stanchezza non è un difetto morale: segnala che si è raggiunto un limite. Il senso di colpa nasce dall’aver confuso la finitezza umana con una mancanza spirituale.

Qual è la differenza fra peccato e limite? Il peccato riguarda una scelta contraria al bene. Il limite riguarda la struttura stessa della creatura: bisogno di dormire, di mangiare, di riposare, impossibilità di essere ovunque e di sapere tutto. Il primo chiede conversione, il secondo non richiede alcuna giustificazione.

Cosa significa il Salmo 121,4? Il versetto afferma che Dio non prende sonno. Non prescrive all’uomo di non dormire: al contrario, indica che proprio perché Dio veglia, l’uomo può permettersi di interrompere ogni sorveglianza. Il sonno diventa così un atto di fiducia.

Perché la vita quotidiana ci sembra spiritualmente insignificante? Perché tendiamo a cercare Dio nelle esperienze intense, mentre la routine costringe alla piccolezza e non offre riconoscimento. Ma il Vangelo dedica circa trent’anni della vita di Gesù a un’esistenza ordinaria di cui non racconta quasi nulla, e questo indica che il quotidiano è luogo abitabile da Dio.

Il desiderio di cambiare vita è sbagliato? No, e a volte è del tutto legittimo. Diventa un problema quando funziona come fuga permanente dal presente, cioè quando immaginare un altro lavoro o un’altra vita serve soprattutto a non abitare quella che si sta vivendo.

Migliorarsi è una forma di pelagianesimo? Migliorare no. Diventa problematico quando il miglioramento si trasforma in un progetto di salvezza personale, come se il proprio valore dipendesse dal risultato raggiunto. È la dinamica che Gaudete et exsultate riconosce fra le forme contemporanee di pelagianesimo, ricordando che non tutti possono tutto.

La versione completa, con la parte più esplicitamente spirituale, è qui:

Del bisogno di essere all’altezza ho scritto anche nel Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo, 2026)

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