Nel 2017 un gruppo di ricercatori ha chiesto a centottanta bambini di fingere di essere Batman mentre svolgevano un compito noioso. Hanno resistito alla distrazione più a lungo di tutti gli altri. San Paolo usa un’immagine sorprendentemente simile — deporre l’uomo vecchio, rivestire l’uomo nuovo — e per questo i due discorsi vengono spesso sovrapposti. In realtà si muovono in direzioni opposte, e capire dove divergono cambia il modo in cui affrontiamo il cambiamento interiore.
Che cos’è l’effetto Batman
Lo studio è firmato da Rachel White, Emily Prager, Catherine Schaefer, Ethan Kross, Angela Duckworth e Stephanie Carlson, ed è uscito sulla rivista Child Development. Il disegno è semplice. Centottanta bambini di quattro e sei anni ricevono un compito ripetitivo da portare avanti per dieci minuti. Accanto a loro, a portata di mano, c’è un videogioco molto attraente al quale possono passare quando vogliono.
I bambini vengono divisi per condizione. Alcuni devono chiedersi come stanno andando, restando in prima persona. Altri devono pensare a se stessi in terza persona, usando il proprio nome. Altri ancora devono impersonare un personaggio che ammirano — Batman, per esempio — indossandone anche un elemento del costume.
Vince l’ultimo gruppo. I bambini che impersonano un modello esterno lavorano più a lungo di tutti; seguono quelli che parlano di sé in terza persona; ultimi restano quelli rimasti dentro la propria prospettiva immediata.
Il meccanismo: prendere le distanze da sé
Gli psicologi chiamano questo meccanismo self-distancing, prendere le distanze da sé. Consiste nel guardare la propria situazione dall’esterno anziché dall’interno. Cambia la domanda che ci facciamo, e cambiando la domanda cambia la risposta.
Da cosa ho voglia di fare adesso? si passa a cosa farebbe, in questo momento, qualcuno che ammiro?
Non riguarda soltanto l’infanzia. È lo stesso principio che sta dietro al consiglio di scrivere l’email difficile e rileggerla il giorno dopo, o dietro alla domanda che ci sblocca quando siamo fermi: cosa direi a un amico nella mia identica situazione? Diversi artisti e sportivi hanno raccontato di essersi costruiti un personaggio da indossare prima di entrare in scena, proprio per mettere una distanza fra la persona fragile e la prestazione richiesta.
Funziona. Ed è utile sapere che funziona. Ma vale la pena guardare dove smette di funzionare.
Anche san Paolo parla di vestirsi
Chi frequenta le lettere paoline riconosce immediatamente l’immagine.
Agli Efesini: abbandonare l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, rinnovarsi nello spirito della propria mente, rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio (Ef 4,22-24).
Ai Colossesi: scelti da Dio, santi e amati, rivestirsi di sentimenti di tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità (Col 3,12).
Ai Romani, in tre parole: rivestitevi del Signore Gesù Cristo (Rm 13,14).
C’è un togliere e c’è un mettere. C’è una mente da rinnovare, come dice ancora Romani: non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare (Rm 12,2). L’accostamento con l’effetto Batman sembra quasi obbligato, e infatti circolano parecchi contenuti che lo fanno senza troppe precauzioni.
Dove le due cose si separano
Il bambino tiene duro perché finge di essere qualcuno che non è. Il travestimento è tutta la sua forza. E per questo dura quanto dura il gioco: tolto il mantello, torna quello di prima.
Paolo dice l’esatto contrario.
“Rivestitevi di Cristo” non è una frase motivazionale e non è una tecnica di regolazione emotiva. È linguaggio battesimale. Lo si vede con chiarezza in Galati: quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo (Gal 3,27). Il verbo poggia su un fatto già avvenuto, non su una finzione da mantenere in piedi con la volontà.
È la veste bianca che ti hanno messo addosso quando non capivi niente e nessuno ti aveva chiesto il permesso.
Non stai fingendo di essere un altro per reggere meglio la giornata. Stai smettendo, lentamente e con parecchie ricadute, di comportarti come uno che non sa cosa gli è già stato dato.
La differenza fra le due cose è la differenza fra un costume e un nome. Un costume lo devi tenere su tu. Un nome ti sostiene.
Perché questa distinzione non è un dettaglio teologico
Da qualche anno il linguaggio del riprogrammare la mente è entrato anche negli ambienti cristiani. Diventa la propria versione migliore, riscrivi le tue convinzioni, regola il tuo sistema nervoso, manifesta la vita che desideri. Alcuni di questi discorsi contengono pezzi di psicologia validi. Ma il messaggio complessivo che ci chiedono di accogliere merita discernimento.
Il rischio è concreto: il rinnovamento della mente si trasforma nell’ennesimo progetto di miglioramento personale. Sii migliore. Impegnati di più. Pensa meglio. Sii più paziente. Smetti di essere ansioso. Controllati.
È una fatica che non finisce mai, perché chiede di conquistare a forza di volontà una cosa che è già stata data per grazia. E quando la volontà si esaurisce — e si esaurisce sempre — resta solo il senso di fallimento.
Gesù, non a caso, usa un’immagine completamente diversa. Non parla di prestazione ma di appartenenza: la vite e i tralci (Gv 15,5). Un ramo non se ne sta per terra a sforzarsi di produrre una mela. Il frutto viene perché il ramo è attaccato a ciò che lo tiene in vita.
Questo non ci esonera dal fare la nostra parte. Possiamo riempire la mente di Parola, custodire i pensieri, creare spazio fra ciò che sentiamo e ciò che facciamo, interrompere abitudini che ci logorano, praticare la gratitudine. La neuroplasticità ci dice qualcosa di vero sul cervello che Dio ha fatto: impara, si adatta, cambia lungo tutta la vita. Ma descrive un meccanismo, non sostituisce l’opera dello Spirito.
Il punto in cui questo diventa autodifesa
C’è una conseguenza pratica, ed è quella che mi interessa di più.
La prima mossa contro di noi non è quasi mai una tentazione appariscente. È una frase sull’identità, detta a bassa voce e nel momento peggiore. Sei quello di sempre. Non è cambiato niente. Guarda come hai reagito anche stavolta.
Se a quella frase crediamo, la difesa che ci viene istintiva è stringere i denti e provarci più forte. Ed è il modo più sicuro di perdere, perché stiamo combattendo per ottenere qualcosa che ci appartiene già.
Difendersi, spiritualmente, comincia molto prima. Comincia dal ricordare. Non è un esercizio di immaginazione ma un atto di memoria, e capita quasi sempre in momenti poco eroici: mentre laviamo i piatti, mentre guidiamo verso un posto dove non vorremmo andare, mentre rileggiamo per la terza volta un messaggio che ci ha ferito.
Quando la rabbia sale, la domanda non è cosa farebbe un supereroe al mio posto. È: cosa mi è chiesto di deporre qui, e cosa mi è già stato dato da indossare?
Domande frequenti
L’effetto Batman è uno studio scientifico serio? Sì. È stato pubblicato nel 2017 sulla rivista Child Development e ha coinvolto centottanta bambini di quattro e sei anni. Va però letto per quello che è: uno studio di psicologia dello sviluppo sulla perseveranza in un compito, non una teoria generale del cambiamento personale.
Che cosa significa “rivestirsi di Cristo”? Nel Nuovo Testamento è anzitutto un’espressione legata al battesimo (Gal 3,27): indica un’appartenenza già ricevuta, che poi va vissuta nei comportamenti concreti indicati da Colossesi 3 — tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, perdono, e sopra tutto la carità.
La psicologia è utile alla vita spirituale? Molto, se resta al suo posto. Ci aiuta a capire come si formano le abitudini, come funziona l’attenzione, come mettere spazio fra uno stimolo e la nostra reazione. Non produce però la vita di Cristo in noi, e non sostituisce i sacramenti, la preghiera e l’azione dello Spirito.
Qual è la differenza fra rinnovare la mente e il pensiero positivo? Il pensiero positivo punta a modificare lo stato interiore attraverso ciò che ci diciamo. Il rinnovamento della mente di cui parla Romani 12,2 è un lasciarsi trasformare: il soggetto principale dell’azione non siamo noi.
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Il tema dell’identità sotto attacco, e di come si riconosce una voce che mente sul tuo nome prima ancora di chiederti qualcosa, è al centro del mio Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo). Qui la sua pagina ufficiale

