“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Filippesi 4,6-7)
Quando viene dato loro libero sfogo, le nostre menti trascorrono una quantità significativa di tempo rielaborando ricordi negativi del passato e immaginando un futuro altrettanto negativo. Questo vagabondaggio mentale o “preoccupazione” si verifica in gran parte senza che noi ce ne rendiamo conto, il che lo rende particolarmente pericoloso. Non possiamo infatti affrontare un problema di cui non siamo consapevoli. È per questo che la Scrittura ci chiama alla consapevolezza della nostra vita interiore. Siamo esortati da Paolo a distruggere “i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo” (2 Cor 10,5) e dal libro dei Proverbi a vegliare sul nostro cuore perché da esso sgorga la vita (Cfr.: 4:23). Conoscere il nostro funzionamento interiore e tenere a bada le nostre preoccupazioni è quindi un prerequisito per essere spiritualmente sani.
La nostra tendenza alla ruminazione negativa sul passato e sul futuro, porta a una serie di difficoltà, tra cui le più evidenti sono:
- il dolore emotivo di rimuginare su ricordi o paure negativi
- la distrazione dal momento presente, annebbiando il nostro pensiero e rendendo più difficile affrontare efficacemente la realtà attuale
- diminuite capacità di risoluzione dei problemi, quando ci concentriamo su cose al di fuori del nostro controllo (il passato e il futuro) e perdiamo di vista ciò che è invece sotto il nostro controllo (il presente)
A livello spirituale, la nostra tendenza a vagare mentalmente nel passato e nel futuro immaginato, crea distanza tra noi stessi e Dio. Poiché infatti possiamo essere solo nel momento presente, possiamo incontrare Dio solo in esso. Ciò è particolarmente vero perché Dio tende a parlare nella quiete del cuore. Un eccesso di rumore mentale su cose passate o future può facilmente soffocare la “voce ancora sommessa” di Dio nel momento presente. Questo spiega perché Dio è così esplicito con il suo ripetuto comando di “non preoccuparsi” (vedi Filippesi 4,6 e Matteo 6,34).
L’alternativa a questo vagare senza meta della mente e alla relativa preoccupazione che ne viene generata, è diventare più consapevoli su come ci relazioniamo con i nostri pensieri. Mentre tradizionalmente potremmo pensare a una risposta intenzionale come quella di cambiare i nostri pensieri, l’esperienza lo dimostra difficile. Cercare di cambiare o fermare un pensiero può ritorcersi contro, bloccandoci in quel pensiero come in una lotta. Nel tentativo di convincerci che un pensiero negativo non è reale, continuiamo infatti a pensare ad esso
La mindfulness fornisce un’altra opzione, una pratica che consente il “rinnovamento della mente” di cui parla Romani 12,2. Questa pratica è quella della curiosità e dell’accettazione dei nostri pensieri preoccupati o vagabondi. Quando accetto che un particolare pensiero sia entrato nel flusso della mia mente, senza giudicarlo o sopprimerlo, posso diventare curioso della mia esperienza e quindi ridurre la mia attenzione su di esso. Ad esempio, potrei chiedere: quali altri pensieri sono presenti con questo pensiero specifico? Quali sensazioni fisiche noto nel mio corpo mentre penso questo: c’è tensione muscolare, un cambiamento nel modello del respiro, un’accelerazione del battito cardiaco, un contrazione nell’intestino? Quali impulsi emergono in me in concomitanza con questo pensiero?
Quindi, la mindfulness include un’espansione della nostra consapevolezza in ogni momento, oltre il linguaggio e un’esperienza più diretta del mondo che va oltre il pensiero. Sebbene quest’ultimo possa davvero farci del bene, è inutile (o addirittura dannoso) quando cadiamo nella ruminazione mentale su domande che non hanno risposta (specialmente quando queste domande riguardano il nostro valore o il nostro successo). La maggior parte delle domande “perché” rientrano in questa categoria, insieme alla maggior parte delle domande “cosa c’è che non va in me”. Nessuna logica può rispondere a domande come “perché è successo a me?” o “cosa c’è che non va in me?”. Ci poniamo queste domande perché desideriamo qualcosa di più profondo di una risposta logica. Attraverso la mindfulness, evitiamo di cercare di capirlo e ci apriamo alla presenza di Dio che toglie la paura di cui parla San Paolo.
Sorprendentemente, la ricerca scientifica ha rivelato cambiamenti neurologici che si verificano nel cervello quando pratichiamo la mindfulness regolarmente. La meditazione consapevole calma le parti del cervello che reagiscono al dolore (sia fisico che emotivo) e illumina le parti del cervello che supportano la felicità. Dio ha creato una straordinaria relazione tra la nostra mente e il nostro corpo, in modo che il “rinnovamento della mente” (Romani 12,2) non solo rafforzi la nostra relazione con Dio e migliori il nostro senso emotivo di benessere, ma rafforzi anche il nostro cervello e il nostro corpo per metterli al suo servizio. E più pratichiamo un pensiero sano attraverso la meditazione consapevole, più facile diventa per il nostro cervello continuare su questo schema positivo.

