Il Natale è un momento in cui ricordiamo che siamo i destinatari dell’abbondante amore di Dio e, nei nostri rituali, cerchiamo di riflettere questa abbondanza: più doni! Più luci! Un albero più grande! Cibo più ricco! Ironia della sorte, è proprio quella ricerca dell’abbondanza che ci fa sentire vuoti, esausti e sopraffatti. Aveva ragione l’arcivescovo Oscar Romero:
“Nessuno può celebrare un vero Natale senza essere veramente povero. Gli autosufficienti, i superbi, quelli che, poichè hanno tutto, disprezzano gli altri, quelli che non hanno bisogno nemmeno di Dio – per loro non ci sarà Natale Solo i poveri, gli affamati, coloro che hanno bisogno di qualcuno che nasca per loro, avranno quel qualcuno. Quel qualcuno è Dio. L’Emmanuele. Dio con noi. Senza povertà di spirito non può esserci abbondanza di Dio”.
Il Natale può sembrare un momento strano per contemplare la povertà di spirito, ma Gesù non ha forse detto: “Beati i poveri in Spirito, perché vedranno Dio”? E che cos’è il Natale, se non vedere la presenza di Dio nel mondo come un riflesso della sua persona?
La frase “poveri in spirito” lascia perplessi, ma una chiave per comprenderla si trova nella Regola di Taizé, che dice: “Lo spirito di povertà è vivere nella letizia di oggi”. Quindi, lo spirito di povertà non riguarda quanto abbiamo, ma come rispondiamo a tutto ciò che ci è presente, proprio ora, oggi, perché domani potrebbe non esserci più. Del resto, la nostra vita, come esseri fisici potrebbe essere finita.
Venendo ai nostri sensi
Abraham Joshua Heschel una volta disse: “La preghiera è la nostra umile risposta all’inconcepibile sorpresa della vita”. Come mai noi, che siamo esseri spirituali, abbiamo bisogno di trascorrere del tempo in un corpo fisico? Il mistico Meister Eckhart ha risposto questa domanda quando ha commentato: “Se l’anima avesse potuto conoscere Dio senza il mondo, il mondo non sarebbe mai stato creato”.
Quindi, in quanto esseri che abitano un corpo fisico, il modo per essere poveri di spirito e consapevoli della presenza di Dio è tornare in sé, letteralmente! Ci siamo così abituati a vivere con i sensi della vista, dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del tatto che li diamo per scontati e dimentichiamo che sono stati dati per vivere in povertà di spirito e celebrare genuinamente la presenza di Dio.
Gesù, come sappiamo, era una persona molto tattile. Ha usato sputo e fango per guarire i ciechi, ha cambiato l’acqua in vino, ha scarabocchiato per terra, ha gustato un buon pasto e ha mostrato ai suoi discepoli come ricordarsi di lui lavando loro i piedi e spezzando il pane con loro. Non a caso, quindi, Gesù è stato anche maestro nel vivere in una povertà di spirito, nella letizia di oggi, con un perenne senso della presenza di Dio. Le persone erano attratte da lui perché viveva profondamente e bene, perché si prendeva il tempo per vederle, toccarle e rispondere ai loro bisogni, e perché rispondeva a qualsiasi necessità de momento, anche nutrire cinquemila persone con un pochi pesci e una pagnotta, il guarire di sabato o il non lavarsi ritualmente prima di mangiare. Il che, ovviamente, fece infuriare i sadducei e i farisei e alla fine lo portò alla morte, perché apparentemente vivere in una povertà di spirito – e vivere sapendo di essere amato da Dio – sembra una cosa molto minacciosa per alcune persone.
Siamo già abbastanza abili nel coinvolgere i nostri sensi nel periodo natalizio, con tutte le luci colorate, la musica natalizia incessante, gli aromi dei pini e i biscotti che cuociono e un mucchio di regali da incartare e scartare. Ancora una volta, tuttavia, operiamo a partire da un modello di abbondanza – di più è meglio – quando ciò che veramente acuisce i nostri sensi e ci aiuta ad essere presenti al Mistero Divino è celebrare bene ma semplicemente.
Lo sappiamo tutti. Sappiamo che assaporiamo un singolo quadratino di cioccolato di ottima qualità più di un’intera tavoletta di qualità più economica. Sappiamo che avere pochi capi di abbigliamento di buona qualità nel nostro guardaroba è più soddisfacente che avere un armadio pieno di cose che non indossiamo mai. Allora perché continuiamo a partecipare al clamore “insensato” che circonda il Natale? Sospetto che sia perché non abbiamo il coraggio di opporci agli odierni sadducei e farisei nei nostri luoghi di lavoro e nelle nostre famiglie che ci accusano di essere simili a Paperone se non vogliamo indulgere troppo alla festa di Natale, magari comprando regali per tutti i nostri cugini di terzo grado (e i loro figli).
Eppure, faremmo un grande servizio alla nostra famiglia, ai nostri amici e ai nostri colleghi ricercando un modo più soddisfacente e sacro di celebrare.
Anche se la nostra società lavora freneticamente preparandosi per una grande celebrazione esplosiva il giorno di Natale, la chiesa nella sua saggezza ci ha dato dodici interi giorni tra il 25 dicembre e il 6 gennaio, la festa dell’Epifania, per contemplare le implicazioni della nascita di Gesù. Quest’anno, suggerisco di prendere quei dodici giorni per coinvolgere i nostri sensi attraverso la pratica della consapevolezza ed entrare così nella povertà di spirito che ci permette di sperimentare veramente la presenza di Dio.
Ti invito a praticare una delle seguenti mini-meditazioni di consapevolezza ogni giorno tra Natale e l’Epifania. Potresti provarli tutti o sceglierne alcuni che funzionano bene per te. Lo scopo è risvegliare lentamente e deliberatamente i nostri sensi, concentrandosi su come Dio è presente a noi attraverso la nostra vista, udito, olfatto, gusto, sensazione e movimento, e diventando così pienamente incarnati come una preghiera vivente.
A domani per la seconda parte!

