Beati quelli che sono nel pianto: il significato della seconda beatitudine (Mt 5,4)

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5,4) è forse la beatitudine più difficile da accettare di tutto il Vangelo. Chi l’ha ascoltata durante un funerale lo sa: per qualcuno è un balsamo, per molti suona quasi come un’offesa. Come si può chiamare beato chi sta soffrendo? In questo articolo leggiamo la seconda beatitudine parola per parola, per capire che cosa promette davvero e che cosa invece non dice affatto.

In breve. La seconda beatitudine non è un comando a soffrire né un elogio del dolore. È un annuncio: chi piange per ciò che ha amato e perduto non piange invano, perché Dio stesso si impegna a consolarlo. Il verbo greco usato da Matteo ha la stessa radice di Paràclito, cioè «colui che è chiamato accanto»: la consolazione promessa non è una spiegazione del dolore, ma una presenza.

Il testo di Matteo 5,4: «beati gli afflitti» o «beati quelli che sono nel pianto»?

Molti la ricordano nella forma della vecchia traduzione liturgica: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati». La traduzione CEI del 2008, quella che oggi si legge a Messa, rende invece: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati». Non è un cambiamento di poco conto. «Afflitti» descrive uno stato d’animo generico; «nel pianto» riporta il testo alla sua concretezza, alle lacrime vere.

Il Vangelo di Luca conserva una versione ancora più diretta della stessa beatitudine: «Beati voi, che ora piangete, perché riderete» (Lc 6,21). In entrambi i casi il punto è lo stesso: Gesù si rivolge a persone che stanno piangendo adesso, non a un’umanità astratta.

Questa è la seconda delle beatitudini del discorso della montagna, subito dopo «Beati i poveri in spirito», e fa parte della nostra serie «Le beatitudini non sono comandi».

Che cosa significa «beati»? Un annuncio, non un comando

La prima cosa da notare è anche la più trascurata: nelle beatitudini non c’è un solo imperativo. Gesù non dice «piangete», non dice «dovete soffrire per essere graditi a Dio». Il pianto non è un requisito da soddisfare né un merito da accumulare. È una condizione in cui ci si ritrova, quasi sempre senza averla scelta.

«Beati» non significa «felici» nel senso emotivo del termine. È una dichiarazione su come Dio guarda una persona: chi piange non è dimenticato, non è fuori dal Regno, non è un credente di serie B perché non riesce a mostrarsi sereno. È qualcuno su cui è stata pronunciata una promessa.

Gesù non ci chiede di piangere. Ci promette che chi piange non piange invano.

Chi sono «quelli che sono nel pianto»?

Il verbo greco che Matteo usa, penthéō, non indica una malinconia passeggera. È la parola del lutto vero, quello per una persona morta: il pianto ad alta voce, le vesti strappate. La Bibbia greca la usa per Giacobbe, quando gli portano la tunica insanguinata del figlio Giuseppe. Tutti vengono a confortarlo, «ma egli rifiutò di essere consolato» (Gen 37,35).

Lo stesso Vangelo di Matteo, poco prima delle beatitudini, racconta la strage degli innocenti e cita il profeta Geremia: «Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2,18). Il testo non rimprovera quel rifiuto. Lo lascia risuonare intero. La beatitudine arriva dopo, e parla anche a chi per ora non riesce ad accettare nessuna consolazione.

Nella tradizione cristiana «quelli che sono nel pianto» sono almeno tre gruppi di persone:

  • chi è nel lutto per la perdita di una persona amata;
  • chi piange il proprio peccato, non per orgoglio ferito ma perché si accorge di aver fatto male a chi ama;
  • chi piange il male del mondo, come Gesù quando vede Gerusalemme e piange su di lei (Lc 19,41).

C’è poi un pianto di cui si parla poco: quello per ciò che non si è mai avuto. Un padre che non ci ha mai detto di essere fiero di noi, un figlio che non è arrivato, una vocazione intravista e lasciata andare. Sono lutti senza funerale, che spesso non ci concediamo nemmeno di chiamare lutti. Anche questi stanno dentro la beatitudine.

«Saranno consolati»: chi consola, e quando?

La seconda metà del versetto è costruita in modo sorprendente. Non dice «Dio vi consolerà», né quando, né come. È un passivo divino: un modo rispettoso, tipico della lingua biblica, di indicare l’azione di Dio senza pronunciarne il nome.

Il verbo è parakaléō, la stessa radice di Paràclito, il nome che Gesù dà allo Spirito Santo nel Vangelo di Giovanni (Gv 14,16). Alla lettera significa «chiamare accanto». Nella Bibbia, chi consola non è chi spiega il dolore: è chi viene chiamato a stare vicino.

Il Vangelo non spiega la consolazione. La promette, e non dice da quale porta arriverà.

Era la promessa che Israele aspettava da secoli. Il profeta Isaia annunciava un inviato del Signore mandato «per consolare tutti gli afflitti» (Is 61,2). E all’inizio del Vangelo di Luca il vecchio Simeone passa la vita nel tempio aspettando «la consolazione d’Israele» (Lc 2,25): quando arriva, ha il volto di un neonato.

Del resto nemmeno Gesù risponde al dolore con una teoria. Davanti alla tomba di Lazzaro, pur sapendo che lo richiamerà in vita, «scoppiò in pianto» (Gv 11,35). Dio non spiega la sofferenza: la condivide. Ne abbiamo parlato anche nell’articolo sulle lacrime come preghiera.

Perché chi piange è chiamato beato?

Si piange solo per ciò che si è amato. Il pianto è la forma che prende l’amore quando ciò che amiamo non c’è più, o non c’è mai stato, o non è come dovrebbe essere. Chi piange ha intravisto come dovrebbero andare le cose: un mondo in cui i figli non muoiono prima dei genitori e nessuno resta solo. E piange perché quel mondo non c’è ancora.

Per questo il contrario di chi piange non è chi è felice. È chi si è abituato, chi ha smesso di aspettarsi che le cose vadano come dovrebbero. Un cuore che per proteggersi diventa di pietra non ha più bisogno di consolazione, perché non aspetta più niente.

Il film Still Life (2013) racconta la storia di un impiegato comunale di Londra che organizza i funerali di chi muore solo, e spesso è l’unico presente. È un’immagine efficace di questa beatitudine: qualcuno che resta accanto a chi nessuno piange, e una consolazione finale che il film non spiega, ma mostra.

Tre errori comuni nel leggere questa beatitudine

1. Trasformarla in un comando travestito

«Se soffri, offri», «un buon cristiano non si dispera». Frasi dette spesso con buone intenzioni, che però spostano il peso sulla persona che soffre: oltre al dolore, deve anche dimostrare di saperlo portare bene.

2. Trasformarla in una cartolina

«Andrà tutto bene», «è in un posto migliore», «il tempo guarisce tutto». Servono spesso più a chi le pronuncia che a chi le riceve: chiudono in fretta un pianto che ci mette a disagio.

3. Fare del dolore un valore in sé

La beatitudine non dice che la sofferenza è buona, né che bisogna cercarla. Dice che chi piange non è abbandonato. È il pianto ad essere visto e accolto, non il dolore ad essere glorificato.

Come vivere oggi la seconda beatitudine

Dare un nome a ciò che si piange. Anche alle perdite che non hanno avuto un funerale. Un lutto senza nome non può essere consolato, perché non sappiamo nemmeno di portarlo: spesso si presenta come stanchezza, irritabilità o cinismo.

Non consolare in fretta. Né sé stessi né gli altri. La Lettera ai Romani chiede di «piangere con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15), non di spiegare loro perché non dovrebbero piangere. Davanti a chi soffre, la cosa più evangelica è spesso tacere e restare.

Tenere aperta la porta, come Simeone. La promessa è al futuro. Si può pregare semplicemente: «Signore, non so come mi consolerai, ma resto qui ad aspettare». E guardarsi intorno, perché Dio raramente consola da solo: ci consola «perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione» (2Cor 1,4). La consolazione di Dio, quasi sempre, ha delle mani.

La consolazione di Dio, quasi sempre, ha delle mani. A volte sono le nostre.

Domande frequenti su «Beati quelli che sono nel pianto»

Dove si trova «Beati quelli che sono nel pianto» nella Bibbia?

Nel Vangelo di Matteo, capitolo 5, versetto 4, all’inizio del discorso della montagna. Una forma parallela si trova in Luca 6,21: «Beati voi, che ora piangete, perché riderete».

Che differenza c’è tra «Beati gli afflitti» e «Beati quelli che sono nel pianto»?

È lo stesso versetto in due traduzioni diverse. «Beati gli afflitti» è la formula della traduzione CEI precedente; «Beati quelli che sono nel pianto» è quella della traduzione CEI 2008, più vicina al greco, che indica il pianto del lutto.

Che cosa significa «saranno consolati»?

È un passivo divino: indica che sarà Dio a consolare, senza dire quando né come. Il verbo greco ha la stessa radice di «Paràclito» e significa «chiamare accanto»: la consolazione promessa è una presenza più che una spiegazione.

La seconda beatitudine invita a cercare la sofferenza?

No. Nelle beatitudini non ci sono comandi. Gesù non chiede di piangere: annuncia che chi si trova nel pianto non è abbandonato da Dio.

Anche Gesù ha pianto?

Sì. I Vangeli raccontano che pianse davanti alla tomba dell’amico Lazzaro (Gv 11,35) e guardando Gerusalemme (Lc 19,41).

La serie continua. Questo articolo è la seconda tappa di «Le beatitudini non sono comandi». La prossima puntata è dedicata a «Beati i miti», la beatitudine più fraintesa. Puoi leggere anche «Beati i puri di cuore».

Ogni venerdì una lettera di Venite in disparte, gratuita, direttamente nella tua casella email. Iscriviti alla newsletter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *