Un versetto che sorprende
Nel libro dei Salmi si trova un’immagine che colpisce chiunque la incontri per la prima volta: «le mie lacrime nel tuo otre raccogli» (Sal 56,9).
Dio viene descritto come colui che conserva le lacrime di chi prega. Non le parole scelte con cura, non le formule corrette, non le opere buone messe in fila. Un liquido caldo e incontrollabile, quello che esce dagli occhi quando non si riesce più a tenere insieme le cose.
La domanda che sorge spontanea è: perché proprio le lacrime?
La risposta passa da un’osservazione che riguarda il corpo, e che quasi nessuno nota.
Le lacrime sono l’unica eccezione
Il corpo umano produce molte sostanze, e quasi tutte ci mettono a disagio. Sudore, saliva, muco, sangue: tutto ciò che esce da noi viene nascosto, coperto, rimosso rapidamente dalla conversazione.
Se ci si osserva con onestà, il disagio non riguarda l’igiene. Riguarda il fatto che quelle sostanze ci ricordano una cosa che preferiremmo dimenticare: siamo carne fragile, che si ammala, invecchia e finisce.
Una sola cosa fa eccezione.
Le lacrime.
Le lacrime non si nascondono allo stesso modo. Si mostrano. Qualcuno le asciuga a qualcun altro con il pollice, e nessuno considera quel gesto sgradevole. Sono l’unica cosa prodotta dal corpo umano che ogni cultura ha considerato nobile.
Sono, letteralmente, l’unico punto in cui la carne diventa così umana da sembrare già anima.
Ecco perché quel versetto sceglie proprio le lacrime. Nella Scrittura non si trova un Dio che raccoglie il sudore di qualcuno. Le lacrime sì: quelle le conserva, come se fossero la parte più degna di essere tenuta.
La tentazione di fuggire dal corpo
Vale la pena aggiungere un avvertimento, perché il ragionamento appena fatto può portare fuori strada.
La vergogna del corpo è la porta di servizio da cui rientra la tentazione più antica del cristianesimo: credere che la santità consista nell’allontanarsi dalla carne. Ogni volta che il corpo ricorda la propria fragilità, la reazione istintiva è coprirlo con un pensiero elevato.
Ma il cristianesimo dice l’opposto. Dio non si è allontanato dalla carne: è venuto ad abitarla. Le lacrime non sono nobili perché ci sollevano dal corpo, ma perché mostrano fino a che punto il corpo è capace di dire l’anima.
Le lacrime non si decidono
C’è un secondo motivo, forse ancora più importante del primo.
Le lacrime arrivano prima delle parole.
Nessuno le programma. Arrivano quando si era deciso di restare composti: durante un funerale in cui si doveva essere quelli forti, davanti a una frase detta per caso da un figlio, dentro una chiesa vuota in cui si era entrati solo per accendere una candela.
Sono l’unica preghiera che il corpo pronuncia senza chiedere il permesso.
Questo cambia il modo di considerarle. Non sono un incidente che interrompe la preghiera: molto spesso sono la preghiera, nel punto in cui le parole si sono esaurite.
Il dono delle lacrime nella tradizione cristiana
Quella che oggi molti considerano una debolezza, la tradizione cristiana l’ha considerata per secoli un dono da chiedere.
I padri del deserto ne parlavano senza alcun imbarazzo. Il pianto non era per loro un cedimento, ma una grazia, qualcosa da domandare esplicitamente nella preghiera. Chi si accorgeva di non riuscire più a commuoversi, non se ne rallegrava: lo considerava un segnale di indurimento.
La tradizione monastica arrivò a distinguere con grande finezza le diverse forme del pianto:
- le lacrime che nascono da una durezza che finalmente si rompe, quando si riconosce ciò che si era sempre negato
- le lacrime che nascono dal desiderio di Dio, quando la nostalgia supera le parole
- le lacrime che nascono soltanto dalla stanchezza, meno nobili delle precedenti, ma non per questo da disprezzare
Anche la tradizione del discernimento spirituale considera il dono delle lacrime un segno di consolazione, con un’avvertenza importante: non è mai una misura della qualità di una persona. Ci sono grandi credenti che non hanno mai pianto, e persone che piangono facilmente senza che questo dica nulla della loro vita interiore.
Gesù ha pianto
Il fondamento di tutto questo non è un’intuizione dei monaci, ma un fatto del Vangelo.
Davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35). Non spiega, non si giustifica, non consola con parole rassicuranti. Piange, e chi assiste lo interpreta come la prova del suo amore.
Se il Figlio di Dio ha pianto senza vergognarsene, non esiste una spiritualità cristiana che possa considerare le lacrime un difetto.
La compostezza come armatura
Eppure la cultura religiosa diffusa ha insegnato l’opposto: che il credente maturo tiene il punto, che davanti a Dio ci si presenta in ordine, che mostrarsi commossi sia poco dignitoso.
Il risultato lo conoscono in molti. Quando gli occhi cominciano a bruciare, ci si alza e si esce dalla stanza.
Quella compostezza ha un nome, e non è maturità. È un’armatura. Serve a non farsi vedere, e in questo funziona perfettamente. L’unico inconveniente è che non fa entrare nessuno.
Non si tratta di forzarsi a piangere, che sarebbe soltanto un’altra prestazione. Si tratta di smettere di impedirlo. Di restare seduti, quando arriva.
In sintesi
Le lacrime sono l’unica cosa prodotta dal corpo che nessuno considera indegna. Sono l’unica preghiera che il corpo pronuncia da solo, senza permesso e prima delle parole. E sono l’unica cosa del nostro corpo che Dio, nella Scrittura, dichiara di conservare.
Se è così, forse vale la pena smettere di nasconderle proprio a lui.
Questi temi, in particolare le difese interiori che finiamo per scambiare per virtù, sono approfonditi nel Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo).
DOMANDE FREQUENTI
Cosa significa il versetto “le mie lacrime nel tuo otre raccogli”? Il versetto del Salmo 56,9 presenta Dio come colui che conserva il pianto di chi prega. L’immagine dell’otre indica un contenitore prezioso: significa che nulla di ciò che si è sofferto va perduto e che Dio considera degne di memoria proprio le lacrime, non solo le parole della preghiera.
Piangere durante la preghiera è un segno positivo o negativo? La tradizione cristiana ha sempre considerato il pianto in preghiera un dono, non un cedimento. Non è però una misura di santità: ci sono persone che pregano profondamente senza mai commuoversi. Il pianto è un segno possibile, non un obiettivo da raggiungere.
Cos’è il dono delle lacrime? È l’espressione con cui la tradizione monastica indica la capacità di commuoversi davanti a Dio, riconoscendo il proprio peccato o il proprio desiderio di lui. I padri del deserto lo consideravano una grazia da chiedere esplicitamente nella preghiera, e non un tratto caratteriale.
Perché ci vergogniamo di piangere in chiesa? Perché abbiamo appreso che la maturità religiosa coincida con il controllo di sé. Questa idea non ha fondamento nel Vangelo, dove Gesù stesso piange apertamente. La compostezza forzata funziona come difesa: protegge dallo sguardo altrui, ma impedisce anche una relazione autentica.
Perché Gesù ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro? Il Vangelo di Giovanni riporta semplicemente che Gesù scoppiò in pianto (Gv 11,35), senza spiegazioni. I presenti lo interpretano come segno del suo affetto per l’amico morto. È il passo che fonda ogni riflessione cristiana sulla legittimità delle lacrime.
Le lacrime sono davvero l’unica secrezione che non provoca disgusto? Sì, ed è un dato osservabile prima ancora di qualunque considerazione religiosa. Ogni altro liquido prodotto dal corpo viene nascosto perché ricorda la fragilità e la mortalità. Le lacrime invece si mostrano e si asciugano a vicenda, perché vengono percepite come espressione dell’interiorità più che della biologia.
Come si fa a piangere davanti a Dio se non ci si riesce? Non si tratta di provocare il pianto, che sarebbe una forzatura. Si tratta piuttosto di non impedirlo quando arriva: restare seduti invece di alzarsi, non cambiare argomento, non tornare subito alle parole. La tradizione suggerisce anche di chiedere semplicemente questo dono nella preghiera.
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