Il proverbio che ha reso il perdono impossibile
Esiste una frase che quasi tutti hanno sentito almeno una volta, spesso in un momento di dolore: perdona e dimentica.
Viene detta con affetto, quasi sempre in buona fede, da chi non sa cos’altro dire davanti a una ferita che non si chiude. Eppure quella frase, nel Vangelo, non compare. In nessun passo Gesù chiede a qualcuno di dimenticare.
E non si tratta di una curiosità da studiosi. Le conseguenze pratiche sono enormi, perché quel proverbio sposta il perdono su un’operazione che nessun essere umano è in grado di compiere.
La trappola logica
Il ragionamento implicito funziona così:
- Se ho perdonato davvero, non ci penso più.
- Ci penso ancora.
- Quindi non ho perdonato.
È una trappola perfetta, e chiusa. Il ricordo torna sempre, quindi il verdetto è sempre lo stesso.
Il risultato è che alla ferita iniziale se ne somma una seconda, che ci infliggiamo da soli: il senso di fallimento spirituale. Chi è già stato colpito si ritrova anche colpevole. È una delle ragioni più frequenti per cui le persone smettono di pregare.
Perché la memoria non si cancella
Chi prova a dimenticare scopre presto che l’operazione non riesce. Il ricordo respinto ritorna, spesso di notte, spesso con maggiore nitidezza.
Non è una debolezza personale. È il funzionamento ordinario della mente umana, e la tradizione spirituale lo aveva descritto molto prima che esistessero i laboratori. Nella letteratura dei padri del deserto, Evagrio osservava i pensieri che ritornano e li paragonava a ospiti che bussano sempre alla stessa ora. La sua indicazione resta attuale: non siamo responsabili del fatto che bussino, siamo responsabili di come rispondiamo.
Due strategie falliscono in modo speculare:
- Combattere il ricordo frontalmente lo rinforza, perché ogni scontro gli dà attenzione.
- Fingere che non esista lo rende padrone della casa, perché agisce senza controllo.
La rimozione, dunque, non è una virtù spirituale. È un rinvio, e con gli interessi.
Ricordare non è recuperare, è riscrivere
Qui si trova il punto che rovescia il proverbio.
Per secoli abbiamo immaginato la memoria come un archivio: eventi conservati in contenitori, e il ricordare come l’atto di aprire il contenitore giusto e osservarne il contenuto. Le ricerche sulla memoria degli ultimi decenni hanno smontato questa immagine.
Quando un ricordo viene richiamato non resta intatto: torna in uno stato instabile e modificabile, e prima di essere riposto viene di fatto riscritto. Ogni rievocazione è una nuova versione, influenzata da come stiamo adesso, da chi siamo diventati, da chi ci sta accanto in quel momento.
La formula sintetica è questa: ricordare non è recuperare, ricordare è riscrivere.
Riscrivere non significa falsificare
Qui serve una precisazione decisiva, perché il fraintendimento è dietro l’angolo.
Riscrivere un ricordo non vuol dire costruirsi un passato più comodo. Chi ha subito un torto lo ha subito, e nessuna rilettura cancella il fatto. Nessuna guarigione autentica passa dalla negazione della realtà.
Significa un’altra cosa, più seria: la stessa storia vera può essere raccontata più larga, includendo elementi che la prima volta non erano stati visti.
Cambia quindi la domanda di partenza. Non più “come faccio a dimenticare”, ma: quando ricordo, chi c’è con me?
Il rischio di ricordare da soli
C’è una ragione precisa per cui il ricordo lasciato a sé stesso peggiora invece di guarire.
Una mente che ricorda in solitudine non dispone di alcun materiale nuovo da inserire nella riscrittura. Ha solo sé stessa. Riutilizza quindi ciò che possiede già, e ciò che possiede già è la versione dolorosa.
A ogni passaggio la scena si semplifica: cadono i dettagli che non servono alla tesi, restano quelli che la confermano. Chi ha subito diventa progressivamente più innocente, chi ha ferito progressivamente più mostruoso.
I dettagli che cadono, però, sono spesso proprio quelli che potrebbero liberare:
- la stanchezza o la pressione di quel giorno
- la paura che aveva anche l’altro
- ciò che era accaduto nei minuti precedenti
- la ferita più antica, già aperta, che quell’episodio ha soltanto riattivato
Non si tratta di malafede. Il dolore restringe il campo visivo per una ragione antica e sensata, che è sopravvivere. Chi deve difendersi non ha tempo per le sfumature. Il problema è che l’emergenza spesso è finita da anni, mentre lo sguardo è rimasto stretto. Si continua a ricordare in assetto di guerra una battaglia che non si combatte più.
“Perdono ma non dimentico” non è la stessa cosa
Una formula molto diffusa sembra vicina a quanto detto finora, e invece va in direzione opposta.
Nella versione corrente, “perdono ma non dimentico” significa tenere alta la guardia, fissare confini, non farsi ingannare due volte. È una forma di autodifesa, comprensibile e in certe stagioni perfino necessaria.
Ma non è la memoria evangelica. Nel Vangelo la memoria non serve a proteggersi: serve a essere riletta.
E non è nemmeno rimuginare
Esiste un rischio opposto e speculare. Nel percorso ecclesiale di purificazione della memoria avviato all’inizio del secolo, i teologi che lo accompagnarono formularono un avvertimento che vale per ciascuno: si ricorda senza cadere né nel risentimento né nell’autoflagellazione.
Rimuginare non è ricordare. Rimuginare è girare intorno alla ferita senza decidere se colpire l’altro o sé stessi.
Cosa significa che Dio “non ricorda”
A questo punto sorge un’obiezione legittima, perché la Scrittura sembra dare ragione al proverbio.
In Isaia si legge: «Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati» (Is 43,25). Geremia lo ripete quasi alla lettera: «perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31,34).
Sembrerebbe l’oblio divino. Ma nella stessa Scrittura è scritto anche: «Ricòrdati di ciò che ti ha fatto Amalèk lungo il cammino» (Dt 25,17). E l’intera liturgia, ebraica e cristiana, ruota attorno all’imperativo di fare memoria.
La contraddizione è solo apparente, e la sua soluzione è il cuore di tutto il discorso.
Il non ricordare di Dio non è un vuoto di memoria, è la rinuncia all’accusa. Dio non è smemorato: ha ancora davanti agli occhi l’intera storia, e ha deciso di non usarla per condannare. Questo, e non l’amnesia, è il perdono.
Il corpo del Risorto porta i segni
La conferma più eloquente si trova nel mattino di Pasqua. Gesù non torna intatto, come se il venerdì non fosse mai accaduto. Torna con le ferite, e le mostra: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani» (Gv 20,27).
Dio non ha cancellato il male subito. Lo ha attraversato e portato dall’altra parte, dove non fa più male ma resta vero.
Il perdono cristiano non produce persone senza cicatrici. Produce persone la cui cicatrice ha smesso di comandare.
Come si perdona davvero: le condizioni, non il metodo
Non esiste un metodo in cinque passi, ed è saggio diffidare di chi lo propone. Esistono però alcune condizioni, sulle quali la tradizione è concorde.
La memoria si rilegge in compagnia. Non a caso il perdono, nella Chiesa, non è mai stato pensato come una faccenda privata tra sé e la propria coscienza. Si pronuncia a voce alta, davanti a qualcuno. Non per umiliare, ma perché una storia raccontata a un altro cambia forma mentre viene raccontata.
La preghiera come presenza, non come tecnica. Portare quella scena davanti a Cristo e domandarsi dove fosse Lui in quel momento non è un esercizio di immaginazione consolatoria. È permettere a qualcuno di rientrare nel ricordo mentre viene riscritto.
Il discernimento. Non tutto ciò che si muove interiormente viene da Dio. Alcune riletture allargano il respiro, altre fanno sprofondare, e vanno distinte con l’aiuto di chi ha competenza spirituale. Un movimento interiore, da solo, non è mai una prova.
Il tempo. Alla domanda di Pietro sul numero delle volte, Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Letta come richiesta di generosità sovrumana, quella frase schiaccia. Letta come descrizione realistica, libera: non si perdona una volta sola, si perdona la stessa persona per la stessa cosa molte volte, perché ogni ritorno del ricordo chiede una nuova scelta su come riscriverlo.
Settanta volte sette non è un traguardo da raggiungere. È la promessa che ci saranno altre occasioni.
In sintesi
Perdonare non è dimenticare. La ferita resta vera, il fatto resta grave, il nome di chi ha ferito resta quello.
Cambia chi tiene in mano la storia.
E se qualcuno tornerà a dire “perdona e dimentica”, si può rispondere con calma che non funziona così. Perdonare è ricordare in un altro modo, davanti a qualcuno, tutte le volte che serve. Fino a settanta volte sette.
Questi temi, in particolare i pensieri che ritornano e le prigioni interiori che ci costruiamo da soli, sono approfonditi nel Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo).
DOMANDE FREQUENTI
Perdonare significa dimenticare? No. L’espressione “perdona e dimentica” non appartiene al Vangelo e non descrive il perdono cristiano. Perdonare significa rinunciare a usare il torto subito come accusa permanente, non cancellarne il ricordo. La memoria resta, ma smette di governare la vita di chi ricorda.
Perché continuo a ricordare ciò che mi ha ferito anche se ho perdonato? Perché la memoria umana non possiede una funzione di cancellazione. Il ritorno del ricordo non è la prova che il perdono non sia avvenuto: è il funzionamento normale della mente. Il perdono si misura da come si reagisce al ricordo, non dalla sua scomparsa.
Cosa significa che Dio dice di non ricordare più i peccati? Le espressioni di Is 43,25 e Ger 31,34 non descrivono un’amnesia divina. Indicano la decisione di non trasformare più il passato in un capo d’accusa. Dio conosce l’intera storia e sceglie di non usarla per condannare.
Qual è la differenza tra ricordare e rimuginare? Ricordare significa rileggere un episodio lasciando che emergano elementi nuovi. Rimuginare significa ripercorrere sempre la stessa versione, alimentando risentimento verso l’altro o accusa verso sé stessi. La tradizione spirituale mette in guardia da entrambe le derive.
“Perdono ma non dimentico” è un atteggiamento corretto? È un atteggiamento comprensibile e talvolta necessario per proteggersi, ma non coincide con il perdono evangelico. In quella formula la memoria serve a difendersi, mentre nel Vangelo serve a essere riletta e trasformata.
Cosa significa perdonare settanta volte sette? Non indica un conteggio né una prestazione eroica. Descrive il fatto che il perdono non è un atto unico: ogni volta che il ricordo ritorna occorre scegliere di nuovo come accoglierlo. È una promessa di nuove occasioni, non un’asticella da superare.
Si può perdonare da soli? Molto difficilmente. Una mente che ricorda in solitudine riutilizza sempre lo stesso materiale e tende a irrigidire la versione dolorosa. Il perdono ha bisogno di un ascolto esterno, di accompagnamento spirituale e di tempo.
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