La risposta breve è questa: quando una preghiera che sai a memoria ti scivola addosso senza significare niente, non è la tua fede che si è raffreddata. È come funziona un cervello esposto alla ripetizione.
Il fenomeno ha un nome, si studia dal 1962 e non ha niente di spirituale. In questo articolo vediamo cos’è, perché il versetto usato per condannare le preghiere ripetute dice in realtà un’altra cosa, e perché la liturgia ripete proprio sapendo che non stai attento.
Una cosa che capita a tutti e che nessuno dice
Arrivi a «come in cielo così in terra» e ti accorgi di non aver capito una sola parola di quello che stavi pronunciando. La bocca è andata avanti da sola e la testa era altrove, magari a ricordarsi che bisogna chiamare l’idraulico.
È un’esperienza che quasi tutti si tengono per sé, perché dirla ad alta voce sembra una confessione di tiepidezza. E quasi sempre, subito dopo, arriva il rimprovero interiore: se avessi una fede più seria non mi succederebbe, evidentemente prego male, evidentemente non ci tengo abbastanza.
Cos’è la sazietà semantica
Quella sensazione ha un nome, e non è un nome spirituale. Si chiama sazietà semantica: una parola ripetuta un certo numero di volte perde temporaneamente il proprio significato, finché chi la pronuncia non percepisce più altro che una successione di suoni.
La spiegazione è meno misteriosa di quanto sembri. Ogni parola attiva un certo circuito, e quel circuito, sollecitato di continuo, risponde ogni volta un po’ meno, finché a un certo punto il cervello smette di produrre il significato semplicemente per risparmiare energia.
Provalo su una parola qualsiasi
La cosa più interessante è che il fenomeno non risparmia nulla. Non riguarda soltanto le parole neutre o burocratiche: succede anche a quelle che consideriamo più cariche.
Prova a ripetere ad alta voce la parola madre per mezzo minuto e osserva che cosa ti resta fra le mani. Un suono strano, vagamente straniero, che non somiglia più a niente e che a un certo punto sembra perfino sbagliato.
Già nel 1907 due studiosi lo descrivevano dicendo che una parola guardata a lungo assume un aspetto curiosamente estraneo. Chiunque abbia fissato troppo la propria firma su un documento sa esattamente di che cosa si tratta.
Non è la tua fede che si è raffreddata. È come funziona un cervello.
Il malinteso su Matteo 6,7
C’è una frase del Vangelo usata da secoli come una clava: «pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7).
Su quel versetto si è costruita un’accusa intera: le preghiere formulate, imparate a memoria, ripetute e magari contate sui grani di una corona sarebbero per definizione vuote, meccaniche, indegne di un rapporto adulto con Dio.
Il fatto curioso è che poche righe dopo Gesù fa esattamente la cosa opposta. Non offre un metodo, non descrive un atteggiamento interiore, non parla di sincerità. Consegna delle parole precise, in un ordine preciso, da imparare e da dire: «voi dunque pregate così» (Mt 6,9).
Se davvero avesse voluto metterci in guardia dalle formule, avrebbe scelto il momento peggiore della storia per dettarne una e chiederci di usarla.
Quello che il Vangelo contesta, a leggerlo con onestà, non è la ripetizione ma l’idea che la quantità eserciti una pressione su Dio: che parlare molto lo costringa ad ascoltare, che il numero delle parole funzioni come una leva. È una critica alla magia, non alla memoria.
La superbia cambia facilmente casacca
Va detta anche una cosa sgradevole per l’altra parte. Chi disprezza le formule perché ormai prega soltanto con parole sue non è necessariamente più maturo di chi le ripete.
Si può diventare molto bravi a raccontare a Dio nel dettaglio ciò che ci succede dentro, e considerare le preghiere imparate una cosa da bambini. Finché la vita lascia quella capacità, il sistema funziona benissimo. Il problema è che anche quella è una dipendenza, solo più presentabile: si dipende dall’essere in grado di parlare.
Cosa rispose Teresa di Lisieux a una novizia distratta
Una giovane carmelitana si lamentava con Teresa di Lisieux di essere continuamente distratta mentre pregava. La risposta è una delle cose più libere che siano mai state dette sull’argomento: anch’io ne ho molte, ma appena me ne accorgo prego per le persone il cui pensiero sta distraendo la mia attenzione, e così quelle persone traggono profitto dalle mie distrazioni.
Nessun rimprovero. Nessun invito a concentrarsi meglio. Nessuna tecnica da applicare.
C’è una donna che ha semplicemente smesso di considerare la propria testa un ostacolo da rimuovere prima di poter pregare, e che anzi ha trovato il modo di far fruttare perfino il disordine.
Il danno vero non è la distrazione
Il danno peggiore non sta nella distrazione, che è inevitabile e capita a chiunque. Sta nella convinzione che la distrazione squalifichi la preghiera.
Chi lo pensa finisce per pregare sempre meno, dato che la condizione richiesta non si verifica quasi mai, e arriva a una conclusione paradossale: le uniche preghiere valide sarebbero quelle di chi non ne ha bisogno. Chi sta bene, è riposato e ha la testa sgombra prega bene; chi è a pezzi, distratto e in affanno farebbe meglio ad astenersi.
Detto così si vede subito quanto sia assurdo. Eppure è il ragionamento che moltissime persone si portano dentro senza averlo mai formulato.
Perché la liturgia ripete
Ed eccoci al ribaltamento, che è il cuore della faccenda.
Pensiamo che la ripetizione sia un residuo per chi ha una fede infantile, e che la maturità consista nell’emanciparsene, nel passare finalmente dalle formule alla relazione autentica.
È esattamente il contrario.
La liturgia ripete proprio perché sa che l’attenzione cade, che le giornate non sono tutte uguali, che ci sono settimane intere in cui non si prova niente e mesi in cui non si sarebbe capaci di formulare mezza frase sensata su Dio.
Non ripete perché ti crede sempre presente a te stesso. Ripete perché sa benissimo che non lo sei, e ha deciso di non farne una condizione d’accesso.
C’è poi un aspetto che da soli non vediamo mai: quelle parole non sono nostre. Quando dici il Padre nostro stai dicendo, sillaba per sillaba, la stessa identica cosa che in questo momento stanno dicendo migliaia di persone che non conoscerai mai, e che hanno detto prima di te persone in condizioni incomparabilmente peggiori delle tue.
Non è una fede individuale travestita da comunitaria. È comune nel senso letterale della parola: appartiene a tutti e non è di nessuno.
Il giorno in cui servono davvero
Il momento in cui si capisce a che cosa servivano non è mai una mattina qualunque.
Chiunque sia stato in un reparto d’ospedale sa di che cosa si sta parlando. Arriva un momento in cui non hai più parole tue, e non perché ti manchi la fede, ma perché ti manca proprio la lingua: la testa non compone più frasi, e tutto quello che riusciresti a dire ti sembra o falso o ridicolo.
In quel momento o hai qualcosa dentro che ti esce da solo, oppure stai zitto. E stare in silenzio davanti a Dio va benissimo, ma è una cosa che si sceglie, non una cosa che si subisce perché non si aveva altro a disposizione.
Chi attraversa queste circostanze con una preghiera nota scopre una cosa precisa: ha a disposizione duemila anni di parole già collaudate dal dolore, pronunciate da altri in condizioni peggiori e sopravvissute a tutte quelle condizioni.
Non liberano da niente. Portano attraverso.
Imparare a memoria è una forma di previdenza
Se le cose stanno così, allora imparare una preghiera a memoria non è un residuo infantile. È previdenza, e va fatta adesso, quando si è ancora lucidi e in forze, esattamente come si impara a nuotare quando non si sta annegando.
Il rischio, ovviamente, è di fermarsi lì e scambiare il mezzo per il fine. Sapere il Padre nostro a memoria non è il traguardo: è la condizione per poterlo masticare, perché una cosa che non hai dentro non puoi rimasticarla mentre guidi, mentre aspetti un esito, mentre non riesci a dormire.
C’è infine un argomento di cui si parla pochissimo. Ciascuno di noi si porta dentro una colonna sonora che gira per conto proprio e che non ha scelto: frasi dei genitori, ritornelli pubblicitari, cose sentite a scuola, una canzone che non si sopporta e che torna sempre.
Non possiamo spegnerla. Possiamo aggiungere qualche traccia, e l’unico modo conosciuto per aggiungerla è ripetere.
Detta brutalmente: chi non ha mai imparato nulla a memoria non ha una mente più libera degli altri. Ha una mente arredata da qualcun altro.
Domande frequenti
Perché mi distraggo sempre mentre prego?
Perché l’attenzione è una risorsa limitata e perché le parole molto ripetute perdono temporaneamente significato, per un fenomeno noto come sazietà semantica. Non è un indicatore della qualità della tua fede.
Le preghiere ripetitive sono inutili?
No. Matteo 6,7 non condanna la ripetizione ma l’idea che la quantità di parole eserciti una pressione su Dio. Subito dopo Gesù consegna una formula precisa da imparare e usare.
Pregare con parole proprie è più maturo?
Non necessariamente. Pregare solo con parole proprie funziona finché si è in grado di formularle. Quando quella capacità viene meno, per stanchezza, dolore o malattia, resta solo ciò che si è imparato prima.
Come faccio a non distrarmi durante il Padre nostro?
La domanda più utile è un’altra: perché dovresti pretenderlo. Teresa di Lisieux suggeriva di pregare per le persone che occupavano i suoi pensieri, invece di considerarle un ostacolo. La distrazione non squalifica la preghiera.
Vale la pena imparare le preghiere a memoria da adulti?
Sì, ed è meglio farlo quando si sta bene. Le parole imparate restano disponibili nei momenti in cui non si riesce più a costruire una frase propria, come si impara a nuotare quando non si sta annegando.
Di quanto sia rischioso pensare che la vita spirituale dipenda dalle nostre prestazioni ho scritto più diffusamente nel Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo).
Questa la sua pagina ufficiale.

