La parte più difficile del credere

Fidarsi di Dio quando la risposta è già arrivata non costa quasi nulla.

La difficoltà sta prima: nel tempo che passa fra la richiesta e l’esito, quando nulla sembra muoversi e non c’è alcun segno che indichi in quale direzione andare.

Le attese hanno mille forme. Una guarigione che non arriva. Una decisione da prendere senza elementi sufficienti. Un legame che si vorrebbe ricucire. Una situazione economica ferma. Un figlio che si è allontanato. Oppure semplicemente una preghiera ripetuta da mesi, diventata ormai una formula stanca che si pronuncia senza convinzione.

Più il tempo passa, più si insinua il pensiero peggiore: che Dio si sia dimenticato.

Cosa dice davvero Romani 8,25

Nella Lettera ai Romani si trova una frase che su questo punto è più precisa di quanto sembri:

«se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,25).

L’elemento decisivo è ciò che il testo non dice.

Non afferma che chi ha fede sarà dispensato dall’attesa. Dà per scontato l’opposto: l’attesa fa parte della fede, non ne è l’interruzione.

La logica è semplice e stringente. Si spera precisamente perché non si vede. Se si vedesse, non si tratterebbe più di speranza ma di constatazione. L’assenza di risposta non è quindi un’anomalia nel rapporto con Dio: è la condizione ordinaria di chi crede.

Questo non risolve la sofferenza. Ma sposta un punto non secondario: aspettare non è la prova di avere sbagliato qualcosa.

Tre consolazioni da evitare

Su questo terreno circolano molte frasi rassicuranti che, a chi sta attraversando davvero un’attesa lunga, fanno più male che bene.

“Sta maturando qualcosa che non vedi”

L’immagine del seme che mette radici sotto la terra è suggestiva, ma trasformata in promessa diventa una garanzia che nessuno può dare. A chi attende una guarigione che non arriverà, assicurare un risultato invisibile significa costruire un’aspettativa destinata a rompersi.

“L’attesa ti sta formando”

Presentare una sofferenza come percorso di crescita personale è un modo elegante per non ascoltarla. Il dolore può produrre maturazione, ma non è quello il suo scopo, e dirlo a chi è dentro l’attesa equivale a chiedergli di essere grato per ciò che lo sta consumando.

“Anche Abramo ha aspettato”

L’elenco dei grandi personaggi biblici che hanno atteso a lungo e poi hanno ricevuto è forse la consolazione più diffusa, ed è quella che schiaccia di più. Ad Abramo il figlio è arrivato. Giuseppe è uscito dalla prigione. Davide è diventato re.

A chi è ancora dentro l’attesa, quelle storie non offrono compagnia: offrono un confronto perdente.

Il sabato santo: il giorno in cui non accade nulla

Esiste nella liturgia cristiana un giorno che dice sull’attesa più di qualsiasi rassicurazione.

Il sabato santo è il giorno in cui non succede assolutamente niente. Il venerdì è concluso, la domenica non è ancora conosciuta. Nessuno di coloro che lo hanno vissuto sapeva come sarebbe andata a finire: erano semplicemente chiusi in una stanza, con un lutto in mano e nessuna notizia.

L’aspetto notevole è un altro. Quel giorno non è stato saltato.

Nel calendario liturgico il sabato santo c’è, ogni anno, e non prevede celebrazione eucaristica. La Chiesa ha scelto di mantenere nel proprio anno un giorno in cui non accade nulla.

Perché è un giorno vero, e prima o poi capita a tutti.

Questa è la differenza fra il silenzio di Dio come esperienza reale e le spiegazioni che si affrettano a riempirlo. La tradizione cristiana non nega il vuoto: lo mette a calendario.

Cosa si può fare, concretamente

Non esiste un metodo, ed è bene diffidare di chi ne propone uno.

Esistono però alcune indicazioni che la tradizione spirituale offre con sobrietà:

  • Portare a Dio anche la delusione. L’impazienza, la rabbia, la stanchezza di chiedere sono materiale legittimo di preghiera. I salmi ne sono pieni. Non serve presentarsi in ordine.
  • Non cambiare la domanda troppo presto. Chiedere “cosa mi stai insegnando” prima di aver attraversato il dolore trasforma la preghiera in un esercizio didattico. Quella domanda arriva quando arriva, e non va forzata.
  • Non affrontare l’attesa da soli. Le attese lunghe erodono, e chi le attraversa in solitudine tende a irrigidirsi. La verifica con qualcun altro non accelera nulla, ma impedisce di scivolare nell’amarezza.
  • Distinguere il ritardo dal rifiuto. Una risposta che tarda non è una preghiera respinta. Sono due cose diverse, e confonderle è il modo più rapido per smettere di pregare.

In sintesi

L’attesa non è un difetto della fede: ne è parte costitutiva. Si spera ciò che non si vede, e questo comporta necessariamente un tempo in cui non si vede nulla.

Il silenzio non equivale all’assenza, ma non va nemmeno riempito in fretta con spiegazioni che non abbiamo. La tradizione cristiana, con il sabato santo, ha scelto di custodire un giorno in cui non succede niente.

Non serve fingere che sia facile. Serve non confondere una risposta che tarda con una preghiera abbandonata.

Il tema dello scoraggiamento nelle attese lunghe, e del modo di attraversarle senza raccontarsi favole, è approfondito nel Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo).


DOMANDE FREQUENTI

Perché a volte Dio sembra non rispondere alle preghiere? La Scrittura non presenta l’attesa come un’anomalia, ma come parte ordinaria della fede. In Rm 8,25 Paolo dà per scontato che si attenda ciò che non si vede: se la risposta fosse immediata non si tratterebbe di speranza. Il silenzio non indica quindi né rifiuto né distrazione da parte di Dio.

Cosa significa Romani 8,25? Significa che la speranza cristiana riguarda per definizione ciò che non è ancora visibile, e comporta perciò un tempo di attesa. Il versetto non promette risposte rapide: assume che l’attesa faccia parte del credere, e invita a perseverare dentro quel tempo.

Il silenzio di Dio significa che Dio è assente? No. Silenzio e assenza non coincidono. Va però evitato l’eccesso opposto, cioè riempire quel silenzio con spiegazioni rassicuranti che nessuno può garantire. La tradizione cristiana lascia al vuoto il suo spazio, senza negarlo e senza interpretarlo troppo in fretta.

È sbagliato arrabbiarsi con Dio mentre si aspetta? No. I salmi contengono proteste, lamenti e domande dirette rivolte a Dio. Portare in preghiera delusione, impazienza e stanchezza è legittimo e appartiene pienamente alla tradizione biblica. Non è richiesto presentarsi in condizioni migliori di quelle reali.

Cosa rappresenta il sabato santo nell’esperienza dell’attesa? È il giorno in cui non accade nulla: la croce è alle spalle, la risurrezione non è ancora conosciuta. Chi lo visse non sapeva come sarebbe finita. La liturgia lo conserva ogni anno senza celebrazione eucaristica, riconoscendo così che l’esperienza del vuoto è reale e appartiene al cammino di fede.

“Dio ti sta preparando qualcosa” è una consolazione corretta? È una frase da usare con molta prudenza. Promette un esito che nessuno può garantire, e a chi attende qualcosa che non arriverà costruisce un’aspettativa destinata a spezzarsi. La compagnia sincera vale più della rassicurazione.

Come si evita che l’attesa diventi scoraggiamento? Le attese lunghe erodono soprattutto chi le attraversa in solitudine. Verificare con qualcun altro ciò che si muove dentro non accelera la risposta, ma impedisce di irrigidirsi nell’amarezza o nel confronto con chi ha già ricevuto.

Anche di tutto questo ho scritto nel mio ultimo libro Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo, 2026).
Questa la sua pagina ufficiale.

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