Ricordare la fedeltà di Dio quando tutto sembra crollare

Una delle prime cose che si perdono, dentro la sofferenza, è la memoria. Non la capacità di ricordare i fatti, quella resta intatta. Si perde qualcosa di più sottile e più decisivo: la capacità di ricordare la fedeltà di Dio, cioè tutte le volte in cui siamo già stati sostenuti.

Chi sta attraversando un periodo difficile lo riconosce subito. Le promesse restano vere, ma smettono di essere presenti allo sguardo. E quando la memoria si spegne, la paura resta sola in campo.

Perché nella sofferenza dimentichiamo

C’è una ragione semplice, che conosciamo tutti per esperienza. La fiducia non nasce da un atto di volontà, ma da prove ripetute. Ci fidiamo di chi, nel tempo, si è mostrato affidabile. Ogni volta che ricordiamo come Dio ha mantenuto ciò che aveva promesso, torniamo a vedere le prove che possiamo fidarci anche oggi.

Il problema è che siamo fatti in modo da prestare molta più attenzione alle minacce che ai doni. È una specie di lente leggermente storta, utile quando c’è un pericolo reale, dannosa quando resta accesa sempre. Se nessuno la corregge, una preoccupazione di oggi arriva a oscurare anni interi di provvidenza.

Così accade che ricordiamo le delusioni molto più facilmente delle preghiere esaudite. Torniamo a rivivere i passaggi in cui abbiamo sofferto, mentre scivolano via i mille modi in cui siamo stati sostenuti senza nemmeno accorgercene. Non è mancanza di fede. È il modo in cui funziona la nostra attenzione, e per questo va accompagnato, non rimproverato.

Eben-Ezer: il significato di una pietra

Nella Scrittura il ricordo non è un sentimento, è un gesto concreto. Dopo che il Signore liberò Israele, Samuele prese una pietra e la piantò a terra come segno. La chiamò Eben-Ezer, che significa “pietra dell’aiuto”, e disse: “Fin qui il Signore ci ha aiutato” (1 Sam 7,12).

Vale la pena notare a chi serviva quella pietra. Non a Dio, che non dimentica. Serviva al popolo. Ogni volta che ci passavano davanti, quelle persone ricordavano che Chi li aveva liberati era ancora con loro. Il segno stava lì, sulla strada di ogni giorno, a fare quello che la nostra memoria da sola non riesce a fare.

Ognuno di noi ha bisogno del proprio Eben-Ezer. Non perché Dio dimentichi le sue promesse, ma perché le dimentichiamo noi.

Il gesto dei Salmi: voltarsi indietro

I salmisti conoscevano bene questa dinamica, e ci hanno lasciato il movimento esatto da compiere. Quasi tutti i salmi di lamento cominciano nella paura o nello scoraggiamento. Poi, a un certo punto, accade una svolta: chi prega si volta indietro.

“Ricordo i prodigi del Signore, sì, ricordo le tue meraviglie di un tempo” (Sal 77,12).

È importante capire cosa non è, questo gesto. Non è negare la realtà, non è forzarsi a pensare positivo, non è dire a se stessi che il dolore non esiste. È rimettere davanti agli occhi qualcosa che è vero quanto la paura, e che la paura ci aveva fatto perdere di vista. La memoria non cancella la tempesta: le toglie il monopolio dello sguardo.

Nella Bibbia, del resto, ricordare e guardare sono quasi la stessa cosa. Israele riceve continuamente il comando di fare memoria: il mare aperto, il pane nel deserto, la nube di giorno e il fuoco di notte. Non per nostalgia, ma perché ricordare ciò che Dio ha già fatto cambia il modo in cui si vede ciò che si sta vivendo adesso.

Ricordare non sposta i problemi, sposta lo sguardo

Qui va detta una cosa, per non trasformare la memoria in una tecnica di consolazione. Ricordare non fa cessare le difficoltà. Non paga la bolletta, non guarisce la malattia, non ricuce da solo un legame spezzato.

Ciò che cambia è dove poggiano gli occhi. La circostanza resta, ma smette di essere l’unica cosa visibile. E, poco alla volta, quello che ripassiamo diventa un sentiero: la paura, a forza di essere ripercorsa, si scava la sua strada e ci torna in mente da sola. Ma vale anche il contrario. Ogni volta che ricordi ciò che ti è stato dato, apri un sentiero nuovo, che porta alla speranza invece che allo sconforto.

E soprattutto: la nostra fiducia non poggia sulla nostra bravura nel ricordare. Poggia su Qualcuno che resta fedele anche nei giorni in cui non ricordiamo niente. La memoria non costruisce la fedeltà di Dio, la riconosce.

Come costruire il tuo Eben-Ezer

Non serve nulla di solenne. Serve qualcosa di concreto, che tu possa incrociare di nuovo quando ne avrai bisogno:

  1. Tieni un quaderno delle preghiere esaudite. Poche righe, una data, cosa era successo. Con gli anni diventerà il tuo archivio di prove.
  2. Segna le date nella tua Bibbia. Accanto al versetto che ti ha tenuto in piedi, scrivi il giorno in cui ti ha tenuto in piedi. Rileggerlo un domani vale più di mille spiegazioni.
  3. Conserva un segno. Una pietra, una fotografia, un biglietto. Non conta l’oggetto, conta ciò che ti fa ricordare.
  4. Raccontalo. Ai figli, agli amici, a chi ti sta vicino. Ciò che raccontiamo si fissa in noi molto più di ciò che teniamo per noi.
  5. Rileggi la tua storia, ogni tanto. Non solo i momenti belli: anche i passaggi stretti, chiedendoti chi c’era mentre li attraversavi.

Un giorno arriverà un’altra stagione difficile. E invece di chiederti se Dio interverrà, avrai davanti anni di prove che ti diranno che lo ha già fatto. Il tuo Eben-Ezer sarà diventato una testimonianza che ripete la stessa frase: fin qui il Signore mi ha aiutato.

E il Dio che è stato fedele allora, lo è ancora adesso.

Domande frequenti

Che cosa significa Eben-Ezer? Significa “pietra dell’aiuto”. È il nome che Samuele diede alla pietra piantata dopo la liberazione di Israele, dicendo: “Fin qui il Signore ci ha aiutato” (1 Sam 7,12). Indica un segno concreto che serve a fare memoria di ciò che Dio ha già compiuto.

Perché nella sofferenza dimentichiamo la fedeltà di Dio? Perché siamo fatti in modo da dare più peso alle minacce che ai doni. Quando una difficoltà occupa tutta l’attenzione, la paura di oggi finisce per coprire ciò che è accaduto ieri. Non è un difetto di fede, ma una tendenza naturale che va accompagnata con gesti concreti di memoria.

Ricordare la fedeltà di Dio significa negare il dolore? No. I salmi lo mostrano bene: chi prega nomina prima la propria angoscia, e solo dopo si volta indietro a ricordare. Fare memoria non cancella la sofferenza, le toglie il monopolio dello sguardo.

Come si costruisce un Eben-Ezer personale? Con segni semplici e concreti: un quaderno delle preghiere esaudite, una data segnata accanto a un versetto, un oggetto che richiami un momento in cui si è stati sostenuti, e il racconto fatto a chi ci sta vicino.

Ricordare basta a risolvere le difficoltà? No, e non è il suo scopo. Ricordare non sposta i problemi, sposta lo sguardo. La fiducia non poggia sulla nostra capacità di ricordare, ma su un Dio che resta fedele anche quando non ricordiamo nulla.

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