Ascoltare le emozioni che vorresti far sparire

Imparare ad ascoltare le proprie emozioni è una delle cose più difficili della vita interiore, soprattutto per chi crede. Quando arrivano l’ansia, la tristezza o la delusione, il primo istinto non è ascoltarle, è farle sparire. Eppure il dolore che mettiamo a tacere non se ne va: aspetta, e torna.

Davanti a una tela strappata, Alberto Burri, che prima di diventare artista era stato medico, non nascondeva lo strappo. Lo cuciva con punti spessi, lasciati bene in vista, finché la lacerazione diventava la forma stessa dell’opera. Con le nostre ferite interiori facciamo di solito il contrario: le copriamo, sperando che nessuno le veda, noi compresi.

Perché le emozioni che eviti non se ne vanno

Esiste un modo silenzioso di usare la fede come anestesia. Un versetto imparato in fretta, un impegno in più in parrocchia, un “offri tutto al Signore” pronunciato un attimo troppo presto: tutte cose buone, che a volte servono soltanto a non sentire ciò che sentiamo. Ma la fede autentica non salta il dolore, lo attraversa. E finché la ferita che genera un’emozione difficile non riceve ascolto, quell’emozione resta.

Nella mia attività pastorale ho incontrato molte persone così. Per raccontarle senza tradire nessuno, le ho riunite in una figura di fantasia che chiamo Giada. Giada prega, serve, conosce a memoria la propria identità in Cristo. Eppure la sera una parte di lei non trova pace, e a farla soffrire non è tanto il dolore in sé, quanto il sospetto di non avere abbastanza fede, se quel dolore è ancora lì.

A Giada, e a chiunque le somigli, direi una cosa semplice: non puoi guarire ciò che continui a fingere non esista. Lo sapeva il salmista, quando invece di soffocare la sua tristezza la guardava in faccia e le parlava: “Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me?” (Sal 42,6). È la differenza tra fuggire da una stanza buia e accendere la luce.

Dare un nome a ciò che senti

Prima ancora della guarigione, c’è un gesto che quasi tutti saltiamo: dare un nome. Davide non nasconde la sua angoscia sotto una coltre di parole devote, la nomina: “Nel giorno dell’angoscia io t’invoco” (Sal 86,7). Molti di noi si bloccano qui, perché ci hanno insegnato, spesso in buona fede, che un cristiano dovrebbe essere sempre sereno e che un’emozione difficile sia una specie di piccolo tradimento.

Non è così. Le emozioni non sono nemici da abbattere, sono messaggeri. Bussano perché hanno qualcosa da dirci su una ferita che chiede attenzione. I padri del deserto, che di lotta interiore se ne intendevano, non fuggivano i pensieri che li assalivano nella cella: restavano, imparavano a distinguerli e a chiamarli per nome. Sapevano che ciò che non si nomina, comanda. Nominare non significa affogare nel dolore, significa smettere di esserne posseduti.

Provarci con dolcezza, non a denti stretti

Qui arriva la parte più controintuitiva, perché contraddice tutto ciò che ci hanno insegnato sulla forza di volontà. Di fronte a un’emozione che fa male, l’istinto è stringere i denti e sopportare. Ma la parte ferita di noi non guarisce sotto pressione, guarisce sotto attenzione. Non serve provarci più forte, serve provarci con più dolcezza.

Pensa a come tratteresti un bambino spaventato: non gli grideresti di smetterla di avere paura, ti abbasseresti alla sua altezza e resteresti accanto a lui. La parte di te che soffre chiede esattamente questo, e quasi mai glielo concediamo. Con noi stessi siamo capaci di una durezza che non useremmo con nessun altro.

Questa dolcezza passa anche attraverso il corpo, il grande dimenticato della vita spirituale. Tendiamo a immaginare la pace come un’idea che scende dall’alto, mentre spesso arriva dal basso: dal respiro che rallenta, dalle spalle che si abbassano, dai piedi che sentono il pavimento. La Scrittura chiede che ciascuno “sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto” (1 Ts 4,4). Non a dispetto del corpo, dunque, ma attraverso di esso. Non a caso, per pregare, da sempre ci inginocchiamo: inginocchiarsi non è umiliazione, è la posizione in cui l’altezza diventa profondità e il peso che portiamo tocca finalmente terra.

Il Dio che ti viene a cercare

Tra tutte, c’è un’emozione che ci fa nascondere più delle altre: la vergogna. La vergogna non dice “hai sbagliato”, dice “sei sbagliato”, e davanti a questo l’istinto è uno solo, sparire e mettersi al riparo perché nessuno veda.

Per questo la scena più tenera di tutta la Scrittura è al principio. L’uomo e la donna si nascondono, e Dio, invece di aspettare che tornino, si muove per primo. Passeggia nel giardino alla brezza del giorno e chiama: “Dove sei?” (Gen 3,8-9). Non è la domanda di chi non sa, è la domanda di chi viene a cercare. Con la vergogna funziona così: da soli non riusciamo a uscire allo scoperto, abbiamo bisogno che qualcuno venga a trovarci dove ci siamo nascosti. Ecco perché la parte di noi che si sente indegna non va esiliata ma accolta. Cristo non bussa alle stanze già ordinate della nostra anima: “Ecco, sto alla porta e busso” (Ap 3,20), e la porta a cui bussa è quasi sempre quella che tenevamo chiusa a chiave.

Cinque passi per ascoltare le tue emozioni

Il cammino per ascoltare le proprie emozioni, senza fuggirle né esserne travolti, si può riassumere in cinque passi semplici:

  1. Fermati su ciò che fa male, invece di correre altrove.
  2. Fai amicizia con la parte ferita di te, guardandola con curiosità e non con fastidio.
  3. Invita Gesù ad avvicinarsi proprio lì, nell’angolo che credevi indegno di essere visto.
  4. Consegna il peso che porti da tempo. “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi” (Mt 11,28) non è un modo di dire, è un invito a scaricare qualcosa dalle spalle.
  5. Integra quella parte, così che, finalmente a casa, trovi un nuovo posto dentro di te.

Non è una tecnica da applicare a forza, ma un itinerario da percorrere con calma, da soli o accompagnati da qualcuno di fidato.

Un cuore intero, non un cuore senza ferite

Quando la parte che tenevamo nascosta viene finalmente vista e accolta, può posare il peso che portava da anni. E ciò che resta, deposto il fardello, non è il vuoto, è l’integrazione. La rabbia ascoltata diventa capacità di custodire ciò che conta, la paura diventa fiducia, l’ansia si placa in pace, la tristezza col tempo si apre alla gioia, l’invidia si converte in gratitudine e la vergogna si scioglie alla luce della grazia, come brina al sole.

Torniamo, per un istante, alla juta di Burri. Quei punti di sutura in piena vista non sono il segno di qualcosa che si è rotto e finge di essere intero, sono il segno di qualcosa di intero che porta la propria ricucitura senza vergogna. Un cuore rimesso insieme non cancella le cuciture, le indossa. È forse ciò che chiedeva il salmista pregando: “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini; tieni unito il mio cuore” (Sal 86,11). Non un cuore senza ferite, ma un cuore non più diviso, capace di dire “Ti loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore” (Sal 86,12). Con tutto, non con la sola parte presentabile.

Se anche oggi ti ritrovi a rimuginare, a sbirciare da dietro una siepe, a chiederti perché certe emozioni non se ne vanno, ricorda che non devi sconfiggerle. Devi solo smettere di fuggirle, e lasciare che Colui che passeggia nel giardino ti raggiunga anche lì.

Domande frequenti

Cosa significa ascoltare le proprie emozioni? Significa smettere di fuggirle o soffocarle e imparare a riconoscerle, dare loro un nome e capire cosa segnalano di noi. Non vuol dire lasciarsene travolgere, ma trattarle come messaggeri di una parte ferita che chiede attenzione.

Perché le emozioni difficili non passano anche se prego? Spesso, senza accorgercene, usiamo la preghiera come un modo per non sentire. La fede però non salta il dolore, lo attraversa. Un’emozione difficile resta finché la ferita che la genera non riceve ascolto e cura.

È sbagliato provare ansia o tristezza se ho fede? No. I salmi stessi sono pieni di angoscia, paura e tristezza portate davanti a Dio. Provare un’emozione difficile non è un difetto di fede, ma un’occasione di guarigione interiore più profonda.

Quali sono i cinque passi per ascoltare le emozioni? Fermarsi su ciò che fa male, fare amicizia con la parte ferita, invitare Gesù ad avvicinarsi, consegnargli il peso e integrare quella parte nella propria vita.

Che cos’è la teologia della fragilità abitata? È il modo con cui descriviamo una fede che non nega la fragilità ma la abita, lasciando che diventi un luogo di incontro con Dio invece che qualcosa da nascondere.

Ho parlato di questo anche nel mio libro “Manuale di autodifesa spirituale (Edizioni San Paolo, 2026).

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