Non riesco a pregare: le quattro fughe che somigliano alla fedeltà

Introduzione

Una parte considerevole di chi ha una vita di preghiera regolare non ha mai smesso di pregare, e tuttavia riferisce un’esperienza precisa: quella di essere fedele a qualcosa senza esservi realmente presente.

Le forme in cui questo accade sono descritte da secoli, con un vocabolario più preciso di quello che usiamo oggi. Non riguardano la mancanza di fede, e nella maggior parte dei casi non riguardano nemmeno la pigrizia.

Questo articolo descrive quattro di queste forme, spiega perché siano così difficili da riconoscere, e indica la radice che hanno in comune.


Una precisazione necessaria

Va detta prima di ogni altra cosa, perché su questo tema si producono danni con grande facilità.

Ciò che segue riguarda movimenti interiori che si possono osservare e discernere. Non riguarda una sofferenza che ha bisogno di cure appropriate, e non è in alcun modo una diagnosi.

La distinzione è antica ed è stata offuscata solo di recente. L’accidia è una passione da riconoscere; una malattia è una condizione da curare. Confondere le due cose porta sempre allo stesso esito: una persona che sta già male alla quale viene aggiunta una colpa.

Le biografie dei santi sono piene di scrupolosità, angoscia e notti in cui la preghiera era impossibile, e nessuno di loro disponeva di ciò che è disponibile oggi. Custodire la pace del cuore è una responsabilità che comprende anche il farsi curare.


Prima forma: l’accidia, ovvero non arrivarci mai

È la più diffusa e la meno sospettata, perché non si presenta come un rifiuto ma come un accumulo.

C’è sempre qualcosa che viene prima. La caratteristica decisiva è che quel qualcosa è quasi sempre buono: una persona da aiutare, un impegno che non si poteva rimandare, una questione urgente.

Cosa significa davvero accidia

Il termine viene dal vocabolario monastico greco e non corrisponde alla pigrizia. Evagrio Pontico parla di atonia, cioè di un rilassamento o abbattimento dell’anima; la traduzione più esatta sarebbe svogliatezza o scoraggiamento, non indolenza.

Giovanni Cassiano, che raccoglie l’esperienza dei monaci egiziani per l’Occidente, descrive il monaco convinto di non poter stare bene in quel luogo, e persuaso che basterebbe cambiare cella, monastero o regione perché tutto si sistemi.

Il dettaglio decisivo

L’osservazione più acuta della tradizione riguarda un particolare inatteso. Evagrio annota che alcuni monaci andavano a visitare i malati non per compassione, ma per avere una ragione di uscire dalla stanza.

Questo significa che l’accidia può assumere l’aspetto della generosità, e che la persona più occupata di una comunità non è necessariamente la più disponibile: può essere semplicemente quella che ha trovato il modo più rispettabile di non stare ferma.

Una verifica pratica: esiste un argomento di cui non si è mai parlato in preghiera, non perché sia proibito, ma perché ogni volta che si potrebbe farlo interviene qualcosa? Raramente è un caso.


Seconda forma: la gola spirituale

La seconda avviene dentro la preghiera, non fuori, ed è per questo più difficile da individuare.

Consiste nel valutare la preghiera dalla sensazione che lascia. Se si è provato qualcosa, se c’è stata commozione, se il tempo è passato bene. E nel concludere, quando questo non accade, che si è trattato di tempo sprecato.

Cosa dice Giovanni della Croce

Il primo libro della Notte oscura dedica un capitolo a questo difetto dei principianti e lo chiama gola spirituale. L’osservazione centrale è che si cerca la dolcezza spirituale più della purezza e della discrezione, che è ciò che Dio considera lungo tutto il cammino.

Il testo aggiunge un’immagine severa: quando quel piacere viene meno, ci si irrita come il bambino allontanato dal seno di cui stava godendo la dolcezza.

Il criterio di verifica è comportamentale, quindi verificabile. Se dopo una preghiera priva di consolazione si esce irritati, e più intrattabili con chi si incontra, quella preghiera stava rispondendo a un bisogno di conferma personale.

La consolazione non è una ricevuta

Ne discende una conseguenza importante: il fatto che Dio a un certo punto sospenda le consolazioni non è un castigo, ed è ciò che gli autori spirituali hanno sempre sostenuto. È il modo in cui viene rimosso l’unico strumento con cui si misurava sé stessi.


Terza forma: l’aumento dello sforzo

È la fuga dei più generosi, e per questo la meno sospettata di tutte.

Quando la preghiera sembra non funzionare, si aumenta la quantità: si allunga il tempo, si aggiunge una pratica, si cambia metodo, si cerca un testo nuovo. Il ragionamento sottostante non viene mai formulato esplicitamente, ma è sempre lo stesso: se non funziona sto sbagliando qualcosa, e devo rimediare.

Sotto c’è una convinzione precisa, ed è quella che rende il problema strutturale: che l’esito dipenda dalla propria prestazione.

È una forma pratica di pelagianesimo. Nessuno la sosterrebbe in linea teorica, perché in linea teorica tutti sanno che la grazia è gratuita. Nei fatti, però, ci si comporta come se fosse questione di applicazione.

Ed è qui che il metodo diventa un riparo. Un metodo si esegue, si misura, indica quando è finito. L’incontro no. Ci si affeziona quindi alla forma proprio nella misura in cui protegge dalla sostanza.


Quarta forma: il ritrarsi dopo la consolazione

È la meno riconosciuta, perché avviene dopo un’esperienza positiva.

Capita una preghiera in cui qualcosa si apre realmente. E nei giorni successivi, senza alcuna decisione consapevole, ci si allontana: si salta un giorno, poi due, si è occupati.

Non è ingratitudine. Una vicinanza reale chiede qualcosa. Finché la preghiera resta un dovere assolto, la propria vita rimane sotto controllo. Se diventa un incontro, quell’incontro potrebbe chiedere un cambiamento che si preferiva tenere fuori.

Anche su questo la tradizione è netta: la consolazione non è mai il fine, è un modo con cui Dio muove la persona, non un premio da conservare.


La radice comune

Osservate insieme, le quattro forme condividono la stessa struttura.

Si cerca il gusto perché conferma di essere sulla buona strada. Ci si impegna di più quando quella conferma non arriva. Si resta fedeli al metodo perché è l’unica cosa misurabile. Ci si ritrae dalla consolazione perché sottrae il controllo.

Sotto c’è sempre l’idea che si tratti di una questione di rendimento personale.

La tradizione afferma il contrario. Il cammino spirituale non è la costruzione di un rapporto, ma la scoperta progressiva di una presenza già data. Agostino lo formula nelle Confessioni dicendo che Dio gli è più intimo di quanto egli lo sia a sé stesso.

Se le cose stanno così, la preghiera non è la disciplina con cui si costruisce una relazione. È il tempo in cui si smette di comportarsi come se quella relazione dipendesse da sé.

Le quattro forme, allora, non sono colpe da confessare con particolare gravità. Sono difese: modi ragionevoli e ben costruiti di mantenere il controllo su qualcosa che per definizione non si controlla.


Domande frequenti

Perché non riesco a pregare anche se vorrei?

Nella maggior parte dei casi non si tratta di mancanza di fede, ma di uno dei movimenti che la tradizione descrive da secoli: l’accidia, la ricerca della consolazione, l’aumento dello sforzo o il ritrarsi dopo un’esperienza positiva. Tutti hanno in comune l’idea che l’esito dipenda dalla propria prestazione.

Che cos’è l’accidia?

È un termine del vocabolario monastico che non corrisponde alla pigrizia. Indica un abbattimento o rilassamento dell’anima che porta a non riuscire a restare dove si dovrebbe stare. Può assumere anche l’aspetto dell’attivismo generoso.

Cos’è la gola spirituale secondo Giovanni della Croce?

È la tendenza a cercare nella preghiera la dolcezza sensibile più della purezza di intenzione. Il segnale è la reazione: chi esce irritato da una preghiera senza consolazioni stava cercando una conferma su di sé.

È normale che la preghiera diventi arida?

Sì, ed è previsto dagli autori spirituali. La sospensione delle consolazioni non è un castigo: rimuove lo strumento con cui si misurava il proprio cammino, e in questo senso è parte del cammino stesso.

La difficoltà a pregare è un problema spirituale o va curata?

Dipende. Ciò che si può discernere e nominare appartiene alla vita spirituale. Una sofferenza persistente che coinvolge sonno, appetito, capacità di provare interesse o desiderio di vivere richiede l’aiuto di chi ha competenza per curarla, e chiedere quell’aiuto non contraddice in alcun modo la fede.

Anche di questo parlo nel mio ultimo libro: Manuale di autodifesa spirituale, Edizioni San Paolo, 2026

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